Conferenza sul «metodo validation» nella hall del San Sisto

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Martedì scorso, nell’ampio atrio con caffetteria dell’ospedale San Sisto di Poschiavo, si è tornato a parlare di malati affetti da demenza senile e Alzheimer. A riferire dei benefici di cure non farmacologiche per questo genere di malattie è intervenuta Rosanna Martinucci, responsabile del gruppo “attivazione” presso il Centro sanitario Bregaglia e insegnante del «metodo validation», che proprio in questi giorni a Poschiavo sta tenendo dei corsi rivolti a collaboratrici familiari, al personale del CSVP, ma anche ai familiari di persone affette da queste patologie.

Dopo la proiezione di un cortometraggio rappresentante le problematiche e lo sconcerto in cui i familiari di una persona affetta da demenza senile o Alzheimer sono di punto in bianco catapultati, la Martinucci ha subito spiegato in cosa consiste il «metodo validation», una terapia sviluppata a partire dagli anni ’60 del secolo scorso dalla gerontologa e terapeuta sociale americana Naomi Feil. Ed è una citazione della stessa Feil a indicarci succintamente che si tratta di “un processo di comunicazione che si ottiene quando si dà valore all’anziano, quando vengono accolte e rispettate le sue emozioni, in qualsiasi tempo o luogo si trovi, senza pretendere che egli possa modificarle”.

Partendo dalle teorie e dai risultati più recenti nel campo della psicologia, la Feil ha infatti sviluppato un metodo che si basa sul fenomeno dell’empatia fra le persone. Grazie al suo metodo l’approccio verso il paziente avviene innanzitutto con il linguaggio del corpo e possibilmente con un contatto visivo che si situi al suo stesso livello; il contatto deve svolgersi in maniera autentica e nel rispetto della sua sfera intima. Il personale curante deve inoltre offrire il proprio sostegno, anche fisico, in modo propositivo (ad esempio porgendo la propria mano all’anziano e non prendendogliela), e usando un tono e un linguaggio appropriati. La chiave per riuscire a stabilire una comunicazione appropriata sono i simboli. Spesso i pazienti affetti da demenza senile o Alzheimer conservano – a fase alternata – la memoria degli episodi più lontani nel tempo, che possono essere rievocati attraverso parole, melodie, suoni o oggetti che assumono la funzione di simboli. Fondamentale in questo contesto sono le informazioni sul passato dell’anziano che i familiari forniscono al personale curante o alle collaboratrici familiari.

Anche se – specialmente nelle prime fasi in cui si manifestano i primi deficit cognitivi – sono i malati a soffrire maggiormente, un aspetto che è stato giustamente sottolineato è quello legato anche allo stress del personale curante. Il coinvolgimento emotivo che deriva dalla cura di questi pazienti a volte rischia di sfinire l’operatore ed è pertanto essenziale che questi impari a staccare l’attenzione verso la persona malata in modo corretto. Affinché poi il personale curante riesca a riallacciare il filo del discorso interrotto con il paziente a fine lavoro, spesso è necessario che esso lasci dei segnali che aiutino il malato a riconoscerlo di volta in volta. La Martinucci ha descritto questi segnali come delle àncore, che possono essere una semplice carezza accompagnata da una parola-chiave o da un oggetto.

Un altro aspetto, menzionato a più riprese, è quello legato al rispetto per la persona malata, che va considerata alla stregua di un qualsiasi altro individuo, di cui va inoltre rispettata l’anzianità e alla quale non bisognerebbe mai mentire. A volte l’ostacolo maggiore, in questi casi, è anche quello di superare un’eventuale naturale antipatia verso il paziente e calarsi empaticamente dentro la sua problematica. Se ad esempio il malato di demenza urla, si divincola energicamente o sputa addosso a chi si occupa di lui, può essere semplicemente dovuto al fatto che in quegli istanti sono gli unici mezzi di cui egli dispone per comunicare un disagio.

Più intricato e complesso è invece il rapporto con i familiari, che fanno molta più fatica ad accettare la nuova situazione e che sono ovviamente più coinvolti emotivamente. Il «metodo validation» invita però anche in questi casi a lavorare sulle emozioni, spesso portatrici di ricordi e sentimenti che possono far star bene chi è affetto da demenza o servono a far riconoscere all’anziano il familiare che gli sta accanto. I familiari potranno quindi portare il proprio caro in luoghi legati al suo passato, fargli ascoltare una melodia a lui cara o mettergli fra le mani un oggetto ricordo, in modo tale da rievocare sensazioni che possano renderlo più sereno.

“Il personale curante che lavora con il «metodo validation» dà particolare attenzione alle piccole cose”, ha infine concluso la Martinucci. Del resto già nel XVI secolo il famoso medico Paracelso affermava che “la causa principale della guarigione è l’amore.” Anche se per i malati di demenza senile e Alzheimer non si può purtroppo ancora parlare di guarigione, il «metodo validation» sembrerebbe comunque indicare una valida via affinché tutti – pazienti, familiari e personale curante – riescano a rendere più accettabile la convivenza con una malattia che aumenta in parallelo con le sempre maggiori aspettative di vita dovute alla medicina moderna.


Achille Pola