World Economic Forum: l’attualità analizzata con i numeri dei Report

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Qualche settimana fa, a Davos, si è concluso il meeting annuale del World Economic Forum, quest’anno concentrato sugli scenari possibili per un modo coesivo e sostenibile; già dai primi di gennaio, però, sul sito del Wef sono disponibili i report aggiornati che restituiscono sempre interessanti spunti di riflessione.

Il Global Gender Gap, nato nel 2005, per esempio, presenta una situazione assai dinamica che racconta di un mondo in perenne trasformazione, in cui coesione e sostenibilità si declinano anche in funzione della capacità di colmare il gap di genere. Sono ben 153 i Paesi analizzati, esaminati rispetto alle quattro direttrici chiave: partecipazione e opportunità nel contesto economico, coinvolgimento nel processo educativo, salute e sopravvivenza, infine coinvolgimento nella vita politica. Ebbene i dati complessivi dicono che il gap di genere è stato colmato al 68,6% ma l’analisi geopolitica, come è facile immaginare, propone aree eterogenee, così come l’analisi in funzione delle variabili critiche mostra che l’ambito con la più alta disparità è ancora la partecipazione attiva alla vita politica, seguita dalla presenza nel contesto economico.

La Confederazione Elvetica, 18esima al mondo (due posizioni meglio del 2019), è 34esima nel contesto produttivo e 19esima nell’ambito della partecipazione politica attiva, in netto miglioramento rispetto al 2006. L’Italia, invece, 76esima nella classifica finale, ha perso ben 6 posizioni rispetto al 2019 e risulta addirittura 117esima al mondo per parità di genere nel mondo produttivo. In testa alla classifica assoluta c’è l’Islanda, che fa registrare il secondo posto nel contesto economico e il primo nella vita politica. Su scala macroregionale, l’area che registra le prestazioni migliori è ancora una volta il continente europeo, anno dopo anno capace di lavorare verso la parità (la “chiusura” del gender gap è pari al 77%); se il tasso di miglioramento registrato dal 2006 a oggi dovesse proseguire così, ci vorranno ancora 54 anni per colmare il gap residuo, sette anni prima di quanto stimato solo l’anno scorso. D’altro canto nella Top Ten mondiale del Report le prime quattro posizioni sono tutte europee (non necessariamente UE): Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, seguite da Irlanda (7ma), Spagna (8va) e Germania (10ma).

Quando a inizio di ogni nuovo anno do un’occhiata ai primi report pubblicati (di solito il Gender Gap e il Global Risk) provo a immaginare connessioni tra l’uno e l’altro; mi chiedo spesso se colmare il gap di genere contribuisca a cambiare la mappa dei rischi globali; è rassicurante pensarlo, soprattutto riflettendo sulla resilienza e le capacità di reazione dimostrate dai Paesi della Top Ten del Gender Gap. Osservando il grafico dei rischi globali 2020, invece, balzano agli occhi i rischi connessi all’ambiente, tutti concentrati nel quadrante con probabilità e impatto alti; un po’ defilato, invece, il rischio di malattie infettive, catalogato ad alto impatto, bassa probabilità, ma pur sempre al decimo posto nella Top Ten dei rischi più temibili per impatto (al primo posto c’è la mancanza di azioni rispetto al clima).


Chiara Maria Battistoni