Cambiare prospettiva 2.0

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Coronavirus: qualche cosa cambierà. E’ questo il titolo della nuova rubrica che “Il Bernina” propone in questo periodo così particolare e inedito, che mette a dura prova non solo la nostra economia, ma anche le nostre abitudini e i nostri pensieri quotidiani. Un’introspezione, una serie di articoli offerti da un gruppo di editorialisti che spazieranno dalla cultura all’economia, dalla vita sociale alla scienza, in relazione al “dopo-coronavirus”. Come ci cambierà questa epidemia?

Sono passate solo poche settimane dall’editoriale che avevo scritto per l’Anno che verrà; l’avevo intitolato “Cambiare prospettiva” e mi auguravo una visione un po’ controcorrente, capace di immaginare anche una decrescita.
Chi avrebbe detto allora che in pochissimo tempo, un virus dal nome regale partito dalla Cina, ci avrebbe davvero cambiato la vita. Non solo a noi , ma a tutto il mondo, obbligando tutti ad una battuta d’arresto.
Difficile fare previsioni future e dire cosa sarà diverso nel dopo Corona, quel che è però certo è che tutto è già diverso! Stiamo ridefinendo una nuova quotidianità.
Anche chi vi scrive si sente fragile, persino un po’ spaventata, come tutti voi immagino. Così, oltre che adeguarmi coscienziosamente alle indicazioni che ci vengono continuamente proposte, provo ad aggrapparmi ad altre risorse, a trovare dentro questa ristretta quotidianità un possibile risvolto positivo della medaglia.

Albert Camus, scrittore francese, nel suo romanzo Lo straniero ha raccontato bene come il protagonista Mersault, in carcere, soffrisse soprattutto perché continuava ad aver pensieri da uomo libero; cominciò invece a sentirsi libero quando si adeguò a pensieri da carcerato.
E’ proprio quello che dobbiamo provare a fare di questi tempi: sviluppare pensieri da “carcerati” ovvero da persone con libertà limitata, solo dentro questo nuovo orizzonte potremo di nuovo sentirci liberi.
Significa però per tutti noi imparare ad abitare non solo uno spazio esterno nuovo, ma anche e soprattutto uno interno. Accettare per esempio di convivere con una certa ansia, con incertezze, riuscire ad accettarle.
Bisognerà imparare a non temere il tempo vuoto, improvvisamente occupabile dentro l’arco della giornata, a non aver paura dell’isolamento. Sarà importante alzarsi il mattino con un programma di cose da fare, non solo con la paura del giorno. Affacciarsi ai balconi tornerà ad acquistare un valore sociale: si può conversare con i vicini, salutare i nipotini che passano apposta per vederti da sotto, accorgersi che comunque il prato sta colorandosi di verde, bere un caffè al sole con un buon libro. Riscopriremo i giochi di società, ascolteremo la radio, guarderemo film, riordineremo magari fotografie abbandonate negli anni dentro cassetti, faremo le pulizie primaverili, riscopriremo il lavoro a maglia, cucineremo, vuoteremo finalmente le scorte della cella frigorifera, telefoneremo o scriveremo a vecchi amici che non abbiamo più visto da tempo perché tutti sempre troppo di fretta!

Dentro tutte queste piccole cose sarà normale avere anche paura di ammalarci, soprattutto perché nessuno ci sa dire come effettivamente sarà il nostro decorso. D’altra parte contemplare che per ognuno di noi c’è un tempo a finire sarebbe già dovuto essere un pensiero di prima, quando ancora potevamo pensare da uomini liberi, e non diventare oggi il pensiero che occupa tutta la nostra quotidianità.

Scopriamo dunque questo nuovo spazio abitativo, intimo e interiore, impariamo a sfruttarlo con una nuova consapevolezza. E facciamolo rigorosamente, STANDO A CASA, lo dico anche ai giovani adolescenti che sembrano non capire l’importanza di questo monito e con leggerezza continuano ad incontrarsi: STATE A CASA, chiediamo anche a voi un senso di responsabilità e di rispetto per le fasce più a rischio. Sarà un modo di dire grazie anche a tutti quelli che per forze maggiori dovranno rimanere al fronte senza risparmiarsi.

Passerà, ma dobbiamo attraversarla tutti insieme, facendo ognuno la sua parte.


Serena Bonetti