Fermiamoci (finalmente)

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Coronavirus: qualche cosa cambierà. E’ questo il titolo della nuova rubrica che “Il Bernina” propone in questo periodo così particolare e inedito, che mette a dura prova non solo la nostra economia, ma anche le nostre abitudini e i nostri pensieri quotidiani. Un’introspezione, una serie di articoli offerti da un gruppo di editorialisti che spazieranno dalla cultura all’economia, dalla vita sociale alla scienza, in relazione al “dopo-coronavirus”. Come ci cambierà questa epidemia?

Di fronte a ciò che stiamo vivendo in queste settimane, in questi giorni, in queste ore, probabilmente tutti abbiamo bruscamente cominciato a riflettere su chi siamo e, soprattutto, sul ritmo di vita che stavamo seguendo prima che un ineluttabile virus entrasse prepotentemente nel nostro immaginario comune.

Ci si è accorti che il costante rincorrere le cose, le persone, gli eventi, le azioni senza fermarsi al qui e ora – hic et nunc, come dicevano in latino – ci ha portati ad un insensato movimento continuo. Ora, invece, ci siamo fermati; abbiamo dovuto fermarci, gradualmente, con imposizioni e a colpi di conferenze stampa da parte delle autorità: ci siamo fermati.
Siamo cosí stati costretti, volens nolens, a ponderare quali siano i bisogni primari, quali siano le modalità di funzionamento della società, quale sia il senso dello Stato, della cittadinanza, del condividere e del convivere in una situazione in cui l’individualismo, altrimenti profondamente radicato nella società attuale, si è scontrato con richieste, coordinate dall’alto e bisognose d’essere seguite, inderogabilmente.

È stato un processo partito da lontano, ma man mano che le notizie di contagio si avvicinavano, hanno reso coscienti sempre più tutti noi. Dall’urlare «dagli all’untore» siamo arrivati tutti ad assumere, a fare nostri quei consigli, sensati e limitatamente limitativi, senza battere ciglio, o quasi. Li abbiamo insegnati ai bambini e li abbiamo interiorizzati. Ci siamo fermati ad osservare e decidere quali limiti dare alla nostra libertà di movimento, quali strumenti adottare nella comunicazione verso l’esterno e nella comunicazione interna.

In una società dove tanto funziona già attraverso la rete, in cui da piú di vent’anni si predicava la possibilità di lavorare, per parecchie professioni d’ufficio, a distanza; eccoci finalmente alla prova del nove.
Eccoci, laddove è possibile, scaraventati nella società digitale. Diamo dunque dignità a questa rivoluzione digitale, utilizzando in modo appropriato le potenzialità che ci dà. Evitiamo di riempire la rete con messaggi inutili, cattivi, moltiplicando insensatamente parole che dignitose non lo sono. Sospendiamo chilometriche comunicazioni, rispettando lo spazio fonico e quello digitale di tutti. Abituiamo anche le nuove generazioni ad un uso giustificato, sensato e misurato di questi strumenti.
L’ondata contagiosa passerà; chissà quali insegnamenti porteremo con noi, fermiamoci ed osserviamo(ci).


Luigi Menghini

2 COMMENTI

  1. Grazie signor Menghini , Lei ha scritto in modo semplice e chiaro, ciò che dovremmo pensare tutti in questo momento difficile.

    ED E’ SUBITO SGOMENTO IN SALA
    Nel teatro del Mondo si apre un sipario.
    Appare la sirena del consumismo.
    In una mano ha un bastone e nell’altra una carota.
    Canta melodiosa : “ Su, avanti, prendete,
    consumate , trangugiate e veloci espellete,
    Il Mondo è un supermercato con miriadi di scaffali,
    colmi d’ogni bene. Io sono il vostro dio.
    Non abbiate timore ! Su, avanti, prendete,
    consumate , trangugiate e veloci espellete,
    Vi dono tutti i beni del Mondo,
    prendete, godete il mio canto
    più dolce del miele “.
    Si chiude il sipario, si accendono le luci.
    E’ un gran battimani. Bis, bis, urla la gente.
    Si riapre il sipario, riappare la sirena del consumismo,
    con voce stridula dice “ la pacchia è finita”,
    muta si accascia come un cencio al suolo.
    Ed è subito sgomento in sala.

    Ezio ( Méngu )