Vittima o protagonista?

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Giovanni 19.17 – 30
Sermone del 10 aprile 2020 Venerdì Santo

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
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17 Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, 18 dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l’altro di là, e Gesù nel mezzo.

19 Pilato fece pure un’iscrizione e la pose sulla croce. V’era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. 20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco. 21 Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: “Il re dei Giudei”; ma che egli ha detto: “Io sono il re dei Giudei”». 22 Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto».

23 I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. 24 Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.

25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. 26 Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» 27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.

28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d’aceto, in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.

Cara comunità, durante la crocifissione, Gesù ha visto in faccia i suoi carnefici ed è stato sottoposto a poteri più forti. Per breve tempo, si è lasciato come vittima indifesa di crudeltà e circostanze ambientali. Possiamo simpatizzare con il Gesù crocifisso. Anche noi spesso siamo nelle mani di forze più forti di noi. Forze politiche, sociali e della natura hanno scuotono la nostra fragile vulnerabilità. La nostra società continuamente rende persone vittime di poteri, anche impercettibili. Gesù ha visto in faccia il meccanismo del capro espiatorio. Tutta la colpa è caricata su un innocente.

Gli psichiatri ci avvertono che molti bambini sono vittime di minacce e paure ambientali. Molti bambini/e fanno fatica in questo momento di Corona Virus a percepire un nemico invisibile. In bambini subiscono un violento stress mentale quando avvertono la minaccia alla loro crescita. Gli adulti si sentono minacciati quando sono vittime di una società che produce più stress, ansia e paura. La nostra economia produce vittime. Molti devono lavorare con il mal di stomaco perché hanno non solo, e non tanto paura di contrarre il Covid-19, ma ritornando in famiglia di infettare altri, pensiamo, alle cassiere, infermiere, medici, autisti, poliziotti… Molti lavoratori, dopo una vita in un’azienda sono buttate fuori come scarti industriali, anche a causa di questa crisi. Si creano vittime anche in famiglia. Una relazione di coppia può rimanere vittima della pressione nel crescere i figli; un giovane può essere vittima di genitori che non lo disciplinano, come di genitori che rifiutano di dargli lo spazio per crescere e svilupparsi. Noi oggi, come risalto dei nostri rapporti personali, politici e economici siamo vittime della paura per il nemico invisibile che è il Covid-19. Non c’è fine alla creazione di vittime. Gli affari mondiali, la pressione al lavoro e in famiglia ci mettono spesso nel ruolo di vittima.

Noi dobbiamo porci una domanda. Chi si sente sopraffatto deve chiedersi: devi rimanere per sempre una vittima? Io sono solo una vittima del mio mondo, oppure posso dire di me qualcosa di più?” Molte voci intorno ci dicono di rimanere così come siamo. Freud ha detto, in breve, che “le persone sono animali insani, dominati da passioni indomabili, vittime d’istinti irrazionali”. Molte voci intorno gli fanno eco e cercano di farci accettare il destino di una vita piatta. In quest’oscuro giorno, invece, voglio chiedervi di dare ascolto ad una voce fuori del coro, quella dell’Evangelo di Gesù. L’Evangelo di Cristo rifiuta di vederci solo nel ruolo di vittime disperate perché tutto è così. Questa voce di Cristo ci rende insoddisfatti del ruolo della vittima. Ci parla invece della gran possibilità del credente. Lo fa senza minimizzare la parte dura della vita. L’evangelo non è qualcosa di romantico o ingenuo, se fosse così, non potrei stare qui culto dopo culto a predicare, perché ho visto troppe volte la parte oscura della vita vicino ad una tomba, all’ospedale, con persone in crisi. So che la vita può essere crudele e penso che il cristianesimo sarebbe aria fritta se non fosse realista riguardo alla vita. La Buona Novella è incarnata nella realtà, la fede è schietta e con gli occhi aperti. Per questo Gesù ci chiama fuori del rimanere nel ruolo di vittime! Non dobbiamo rimanere vittima ma abbiamo, in Cristo, un ruolo da protagonisti.

In Romani 8, Paolo parla delle sofferenze del tempo presente, della schiavitù umana del gemere e delle angosce. Stila un catalogo: tribolazioni, dolori, l’angoscia, persecuzione a fame, la miseria, pericoli di morte violenta, la spada, la morte e le potenze. Sembra dirci, la vita è così, ma proprio mentre Paolo riconosce la durezza della vita, non si butta giù commiserandosi, non sprofonda nelle sabbie mobili della disperazione; non minimizza gli aspetti bui della vita, ma sa qualcosa che le menti moderne non conoscono: la parte all’ombra è solo una faccia della storia umana. Sa che c’è l’altra faccia della medaglia della storia: la realtà di Dio. Così dice “che cosa diremo dunque di queste cose: pericoli, spada, morte ed altro? E poi gioendo: se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” Sì, la vita può essere cattiva, può essere un Venerdì Santo per te, dice Paolo, ma ricordiamoci che, col cattivo c’è anche il buono. Dio c’è sempre, e del suo amore abbiamo avuto ricca esperienza. Leggi Ester e la festa Purim.

In ogni incontro con l’avversità, possiamo aprirci a Dio. Non siamo soli. Dio si fa conoscere nella vita, specie, nella morte di Gesù il Cristo. Sì, avete sentito bene, Dio si fa conoscere nella morte di suo Figlio. I cristiani, a volte, parlano di questo giorno, come quello in cui il Padre ha abbandonato il Figlio.  Alcuni considerano la sua uccisione essere la prova che Dio non esiste. Il XXI secolo grida che: Dio è morto. Davanti all’assenza di morale e giustizia, si potrebbe dire che: Dio non esiste; chi può affermare l’esistenza di un dio lassù in alto? Non ce n’è, non lasciatevi sviare seguendo vecchie fiabe false così. Guardate ai fatti. La crocifissione ne sembra la prova. Purtroppo per chi pensa così, io credo che in questo evento Dio non sia assente con il suo amore, piuttosto, la sua suprema rivelazione è manifestata. Il soldato romano, forando il fianco a Gesù, voleva verificarne la morte. Nel farlo, Giovanni scrive, egli adempie le Scritture in Zaccaria 12.10 «essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto. Le parole precedenti sono: “Spanderò sulla casa di Davide lo Spirito di grazia e di supplicazione”. Da Gesù fluisce l’acqua viva che è la sorgente della vita. Sulla croce Gesù non rimane vittima ma dona la sua vita per mettere in luce Dio: come Mosè alzò in aria il serpente nel deserto, così il figlio dell’uomo deve essere innalzato, che chiunque crede possa avere vita eterna in lui. In questo modo la croce diventa simbolo della vita e amore. La croce è il segno della presenza divina nella nostra umanità.

L’amore rivelato sulla croce ci conduce a Dio. Solo con l’amore così stupefacente, Dio vince i nostri cuori e menti. L’innocenza del Cristo è chiara, come il nostro rifiuto di seguire Dio. Dio soffre con te e con me! E se Dio stesso ha sofferto, allora c’è un significato alla nostra sofferenza, come per la sofferenza di Gesù conduce alla redenzione e alla riconciliazione, se ci apriamo a lui sa sanare ogni nostra ferita. Per i greci al tempo di Omero “la vita era insopportabilmente triste perché non trascende mai il presente, uno è felice, infelice, vince, perde, infine muore. Questo è tutto”. La sofferenza di Cristo ha cambiato qualcosa nell’esistenza umana. Ha cambiato noi. Il suo amore spegne il nostro orgoglio e ci dà vigore nel seguirlo. Non siamo più solo vittime ma possiamo donare noi stessi e diventare parte della missione salvifica di Dio che riconcilia l’umanità al Creatore.

No, noi non disperiamo mai perché la vita è sempre vincitrice sulla morte. Questa è la realtà ultima del nostro mondo che Gesù ha svelato. Non pii desideri ma fatti. Vogliamo rimanere solo vittime degli eventi, oppure qualcosa di più? Che visione abbiamo? Giovanni, nella repressione romana, in esilio, ebbe la visione della nuova Gerusalemme venire giù dal cielo. Quando guardi alla croce, ascolti una voce dal cielo dire: guarda dove Dio abita con l’umanità per riconciliarla a sé. Egli dimorerà con il suo popolo, e Dio stesso sarà con loro. Quanto pessimismo vedono i nostri occhi oppure vedono la luce che scaccia le tenebre? Mettere la speranza nel Cristo crocifisso è vedere la vita vincere sulla morte d’ogni giorno.

I nostri nemici possono premono da ogni parte. Gesù li ha guardati in faccia venirgli addosso. Oggi premono nel mondo della politica, della sanità, del lavoro e della vita famigliare. Ma noi non siamo condannati a rimanere le loro vittime. Quando leggerai il giornale o vedrai il telegiornale con il suo terribile elenco di ingiustizie e malvagità, rifletti sulla redenzione di Dio in Cristo, per te. Ricorda che niente è impossibile a chi ha fede. Basta aprirci a Dio nella nostra sofferenza, ed Egli abiterà con noi, da oggi è per sempre Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa

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