ATE: una finestra per gli anziani

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Fonte: www.terradicuma.com

(red) Continua la finestra per gli anziani ideata come luogo d’incontro immaginario fra generazioni per alleviare l’isolamento imposto dalle autorità a seguito dell’epidemia da coronavirus. Il racconto che leggerete qui di seguito, dal titolo «Il “Morello” che mi dava sicurezza», è un ricordo di gioventù di un nostro convalligiano, che ha risposto positivamente all’invito di inviare una storia alla redazione di Orizzonti. 


Il “Morello” che mi dava sicurezza

Tutti gli animali sono belli e ognuno di noi ha le proprie preferenze.Io ho sempre avuto un debole per i cavalli. E sapete dirmi a chi non piacciono i cavalli?

Ciò mi riporta alla mia infanzia trascorsa nelle lunghe estati calde con i miei nonni e zii nel bel paesino di Viano. A quei tempi, erano gli anni ‘50 – ’60 del secolo scorso, non esistevano ancora le macchine e i trattori e gli unici mezzi di trasporto erano i cavalli o i muli. Quanti ricordi! Ricordo ancora bene i giovani vetturini, davanti a una “sciòpa” di birra (Engadiner Bräu), che vantavano i pregi del proprio cavallo: “Il mio è obbediente e sta ai comandi, il mio ha una forza e una resistenza impressionante”. Io li ascoltavo e ovviamente rimanevo affascinato da quei discorsi. In primavera questi quadrupedi si usavano per arare i campi, per ”scalare” i prati ecc., mentre in estate, nella stagione più impegnativa, portavano l’occorrente sui nostri magnifici alpeggi e poi, in un secondo tempo, trasportavano il fieno a valle con le famose “priàli” trainate dal “bròz cul rödèe” o la “scrénzula”, mezzi rurali che molti di noi ancora ricordano bene. E poi ancora tanto fieno proveniente dai prati meno impervi sul pianoro di Viano, che veniva sparpagliato nei fienili, “spantegà ‘l fen sü ‘n da la dia an masún”. Quante fatiche e quanta polvere nelle calure estive! Arrivava poi l’autunno con la raccolta della segale, del frumento, di altre granaglie e delle tanto indispensabili patate, e sempre con alle spalle il pesante aratro. Infine l’inverno, con le sue abbondanti nevicate. Era il tempo per portare il letame nei prati con la “béna” e di tirare dai boschi pesanti tronchi d’albero con il “balansín”: la legna che serviva per riscaldare i fornelli in cucina e le grandi “pigne” nelle “stüe”. E tutto questo era solo una parte dell’aiuto che i cavalli e i muli davano ai contadini nei lavori in campagna.

Da bambino, per l’appunto, ero molto affascinato dai cavalli e non resistevo alla voglia di avvicinarmici per accarezzarli e foraggiarli con qualche zolla di zucchero rubato a mia nonna, che aveva il negozio sempre ben rifornito. Quante sgridate ho ricevuto dalla nonna perché arrivavo sempre tardi all’ora di pranzo o cena a causa dei cavalli, che per me rappresentavano la bellezza e la forza, ed erano gli eroi da traino per i diversi spostamenti e trasporti. Nato e cresciuto a Campocologno, quando ancora dormivo sonni profondi, mi rincorreva spesso il seguente sogno…

Era d’autunno e nelle selve castanili incontravo un bellissimo cavallo dal manto marrone scuro, che subito battezzai “Morello”. Morello mi guardava, mi salutava e mi faceva la seguente proposta: “Se vuoi, puoi salirmi in groppa e ti porterò su per la mulattiera, fino a Scala. Io rispondevo: “Ma io, così piccolo, come faccio a salire sulla tua schiena, oltretutto non hai neanche una sella?”. “Non preoccuparti – mi rispondeva – sali su quel pendio e poi su quel muretto, io mi accosterò alla tua altezza e tu potrai salire comodamente sulla mia groppa”. Così mi ritrovavo per la prima volta a cavallo a intraprendere la ripida mulattiera per Scala. Ad un certo punto, però, sulla strada pendevano lunghi rami di secolari castagni, con i loro pungenti ricci che avrebbero ferito la mia faccia. Morello mi rincuorava: “Non avere paura, io piegherò le ginocchia e tu non andrai a cozzare contro i ricci. Io con la mia esperienza sulle strade di montagna ho il passo sicuro”. Durante la salita rischiavo poi di scivolare all’indietro, sul suo dorso, ma lui pronto mi assicurava dicendo: “Attaccati forte alla mia criniera, così non cadrai”. Giunto a Scala Morello aveva una gran sete, e accostandosi alla fontana abbassava il collo e la testa per abbeverarsi. Di nuovo sorgeva in me la paura di scivolare, questa volta in avanti però. Ma seguendo nuovamente il suo consiglio rimanevo aggrappato alla criniera e mi mantenevo con orgoglio a cavallo. Dall’alto della sua groppa potevo ammirare l’altra sponda della valle, con il paesello di Viano, che mi rimembrava i bei tempi dell’infanzia. Volgendo lo sguardo più a sinistra scorgevo poi la chiesetta di San Romerio, e di fronte a me, ma più in alto, osservavo il ripido ma grazioso paesino di Cavaione. Più in basso invece vedevo la grande pianura di Tirano. Quindi iniziava la discesa verso casa, sempre con un certo timore di cadere da cavallo. Morello, quasi infastidito delle mie paure, mi spronava ad aver maggior fiducia in lui, ma soprattutto mi consigliava di non temere le diverse difficoltà che la vita ci riserva, specialmente in tempi difficili, e di avere sempre come obiettivo quello di mai perdere la speranza.

Piccolo com’ero, come facevo a non credergli? Ora, a settant’anni sc(r)occati, chi sarà il “Morello” che mi dà la sicurezza per proseguire il cammino?

Gipo 

2 COMMENTI

  1. Caro GIPO…..grazie per la tua bella storia….il tuo ricordare mi ha fatto rivivere i bei tempi con qualche restrizione…. ma sani!!!!
    Oggi abbiamo di tutto e di piu….ma visto come siamo“messi“un po‘ di meno ci farebbe stare meglio!!!
    Tanta salute e cari saluti Lina.

  2. Bellissimo racconto. Complimenti. Anche mio padre Alberto aveva una cavalla eccezionale che si chiamava Pina.
    In servizio militare accudiva il cavallo del suo capitano. Poi i tempi erano cambiati e lui nel 1947 comperò il primo
    trattore Ferguson, che circolava in valle. Quando era arrivato la prima volta a Viano la gente si stupiva e commentava: ” An dua val l’Albertin di Nüsc cun quel lau ?” Nando Nussio.