ATE: una finestra per gli anziani

2
600
Michele Dalberti (1897-1982)

Vicende di strada

Fra i risvolti positivi che l’attuale pandemia ha portato con sé va sicuramente annoverata la diminuzione del traffico sulla strada principale della nostra valle: sia durante il fine-settimana, sia durante i giorni feriali, ad eccezione delle fasce orarie di inizio e fine lavoro. Dal marzo scorso, infatti, lo stradone trafficato, che fino a pochi giorni prima tagliava ancora in due i paesi sorti nei secoli ai suoi fianchi, è improvvisamente divenuto un luogo che non divide più. E come per incantesimo, colloquiare con i vicini sull’altro lato della strada è divenuto improvvisamente possibile, anche rimanendo semplicemente affacciati alla finestra o dal balcone di casa. Quello che fino a poco tempo fa era uno spazio da cui tenersi possibilmente distanti perché fonte di rumore, inquinamento e pericolo, può momentaneamente essere vissuto, percorso a piedi o in bicicletta, al pari di molte altre strade secondarie.

In passato lo stradone non aveva però questa nomea negativa. Anzi, era piuttosto vero il contrario. Quando l’antica strada carreggiabile serpeggiava fra i paesi del fondovalle, e in maniera ancor più accentuata a partire dal 1865 (con il completamento del nuovo tracciato su progetto dell’ingegner Richard La Nicca), possedere una casa nelle adiacenze della strada cantonale era spesso sinonimo di benessere, progresso e praticità. Alcuni decenni dopo, ad inizio Novecento, anche il rumore veniva percepito come un simbolo del progresso dalla maggior parte della popolazione. Raccontava infatti mia nonna che quando d’estate nella vecchia centrale idroelettrica di Campocologno venivano spalancate le finestre della sala macchine per raffreddarne l’ambiente, la gente del paese gioiva del boato continuato che emettevano turbine e generatori, perché tutto ciò significava avere la luce in casa e posti di lavoro assicurati. Fu così anche più tardi, quando per svariate ragioni a partire dagli anni ’50 su tutte le strade aumentò gradualmente il traffico delle automobili: ancora il rimbombo dovuto al passaggio dei veicoli a motore veniva vissuto come un segno del progresso e del benessere. A ciò va aggiunta la contagiosa passione per le quattroruote, tale al punto che non erano in pochi quelli in grado di riconoscere marca e modello di una macchina soltanto dal suo rumore. E fino ad alcuni decenni fa (in parte vale ancora oggi), durante le giornate di sole, ma soprattutto nella bella stagione, osservare il traffico della strada cantonale affacciati alla finestra, dal balcone, sul ciglio della strada, su una panchina o presso un ristorante, era ed è per molti ancora un passatempo interessante almeno quanto la televisione.

Per quelli della mia generazione la strada cantonale diventò però ben presto anche un luogo di cui diffidare, perché il pericolo di essere investiti da una macchina stava diventando ormai costante. Non a caso negli anni ’70, causa il numero crescente di incidenti, Confederazione e Cantoni diedero avvio a una campagna di sensibilizzazione e prevenzione fra gli alunni delle scuole elementari. Io però, prima ancora di approdare a quelle lezioni impartite in classe da un agente della polizia cantonale, avevo già sperimentato sulla mia pelle il rischio e lo spavento di un incidente stradale. Fu infatti all’età di quattro anni che attraversando la “cantonale” venni letteralmente a trovarmi sotto il motore di un’automobile. Di quell’evento ricordo ancora molto bene la provvidenziale frenata della conducente, il puzzo d’olio del motore e il grande scompiglio. Per fortuna non ebbi a subire nessuna conseguenza, ma quella scena (o il racconto d’essa), rimase verosimilmente impressa ad un anziano che sovente sedeva su una panchina poco distante dal luogo dell’incidente e anche dalla casa dei miei genitori. Quell’anziano era il «Michél di Bèldi» e da quel momento in poi, ogni qualvolta ero in procinto di attraversare la strada, mi faceva un cenno con il capo per darmi il via libera. Dovettero passare molti anni prima che mi rendessi conto che «’l Michél», a modo suo, era stato un mio fedele angelo custode.    


Achille Pola

2 COMMENTI

  1. Caro amico,
    mi piace il tuo racconto. Noi da ragazzi giocavamo al pallone sulla strada e d’inverno andavamo in slitta da Miralago a Campocologno perché il traffico era scarso e l’udito funzionava bene.
    La strada per noi era un simbolo di libertà. Nando Nussio.