Turismo musicale (Ennio Morricone e Giorgio Jenatsch)

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Immagine da: www.rollingstone.it

Per turismo musicale si intende normalmente quello indotto dai centri consacrati alla musica lirica e concertistica come la Scala di Milano, l’Arena di Verona o la Fenice di Venezia, dove la musa Euterpe trova la sua più sublime espressione e i suoi cultori la più appagante fruizione; un turismo culturale che ha una forte connotazione consumistica. Il presente racconto, invece, anziché sulla fruizione di musica in massa, è imperniato sulla produzione individuale; comunque sempre di turismo si tratta.

Alcuni decenni fa uno sconosciuto si presentò al telefono con nome e cognome, dicendo che aveva bisogno di qualcuno che sapeva bene l’italiano per una traduzione e per allacciare contatti con una persona di grande prestigio. Si era rivolto a me su segnalazione di una sua cara conoscente. Mi parlò subito della sua passione per l’opera. L’opera italiana, s’intende, quella melodica, verdiana soprattutto, che lui amava da morire. Con un gruppo di amanti di musica frequentava i più famosi teatri lirici da Venezia a Milano, da Salisburgo a Bayreuth. Ma era stufo di Otelli e di Rigoletti, di Violette e di don Giovanni, di Tristani e di Isotte. Era ora di portare nell’opera qualcosa di svizzero, un personaggio autentico, con i nostri valori democratici e federalistici. Il protagonista per lui non poteva essere che Giorgio Jenatsch, l’eroe nazionale grigionese, e l’autore della musica doveva essere Ennio Morricone, l’unico che, senza rinunciare a un tocco di seducente modernità, sarebbe stato in grado di creare un’opera con il travolgente fascino melodico delle migliori opere del passato.

– Un’idea favolosa – gli dissi. – Ma che c’entro io con Giorgio Jenatsch e con Ennio Morricone?

– Senta, è troppo complicato spiegare tutto per telefono – mi disse. – Non sarebbe possibile trovarci sabato prossimo alla tal ora nel Caffè Süsswinkelgasse a Coira, che così le potrei spiegare e mostrare tutto in santa pace?

– Nei paraggi dove hanno trucidato Jenatsch? – gli chiesi.

– Precisamente!

Mi aveva fortemente incuriosito e accettai senza indugi. All’appuntamento si presentò un signore alto e distinto, dal fare risoluto e gioviale, di nome T.H. Veniva da D. Aperse la sua borsa, estrasse il romanzo Jürg Jenatsch di Conrad Ferdinand Mayer e un plico di fogli dattiloscritti.

– Ecco il libretto bell’e pronto – mi disse. – L’ho scritto io, l’ho ricavato da questo capolavoro. Il titolo è Giorgio Genazio; ho italianizzato il nome, perché solo così può avere successo. Ne ha combinate di tutti i colori: è stato predicatore protestante in Valtellina, comandante mercenario al servizio di Venezia, ufficiale di milizia nei Torbidi grigioni, uomo politico passato al cattolicesimo. Ha riportato le terre di Valtellina, Chiavenna e Bormio sotto il dominio grigione, ha amato più di una donna, ha ammazzato più di un avversario in duelli e in imboscate, e a sua volta è stato trucidato una sera di carnevale all’età di 43 anni proprio a due passi da qui nella taverna del “Staubiga Hüetli” nell’attuale Poststrasse. Non manca proprio nulla: grandi ideali, odio e vendetta, amore e morte. Di fronte a un personaggio simile può andare a nascondersi anche Macbeth.

Concluse chiedendomi se ero disposto a tradurre il suo libretto in italiano e, ad opera compiuta, di fissare un appuntamento con il maestro Ennio Morricone per proporgli di musicarla.

– Quanto alla traduzione devo leggere prima il testo, e quanto all’appuntamento, casomai, non sarebbe più semplice spedirgli il libretto per posta con una bella lettera accompagnatoria?

– Ma lei in che mondo vive? Vuole farsi dire di no? – domandò il mio interlocutore di rimando. – Crede forse che Morricone di richieste per posta non ne riceva tutti i giorni? Non fa nemmeno in tempo a leggerle. No no, caro mio, io devo poter parlare di persona con Morricone, presentargli personalmente il testo, spiegargli il fascino del personaggio. Devo convincerlo, ma non so abbastanza l’italiano. Quindi le chiedo ancora una cosa nel caso che quel genio accetti di ricevermi: accompagnarmi personalmente da Morricone e farmi da interprete. Comunque non deve decidere subito: le do una settimana di tempo, se vuole anche due, o anche tre, ma poi mi deve far sapere se è d’accordo di fare la traduzione, di fissare l’appuntamento e di accompagnarmi da Morricone. E, infine, mi deve dire quanto domanda per tutto questo.

Di lì a sei mesi il libretto era tradotto ed ero riuscito ad ottenere un abboccamento con Morricone per l’8 marzo 1986 ore15:00 nel suo appartamento in Via Aracoeli. Era il giorno della donna e lo salutammo come segno di buon augurio. Speranzosi e un po’ esaltati partimmo per tempo con la Mercedes dell’autore del libretto ormai diventato amico. Raggiungemmo l’aeroporto di Linate a Milano e ci accingemmo a fare il biglietto per il volo delle 13:15. Lì la nostra esaltazione, potenziata dalle ottimistiche conversazioni tenute fino a quel momento, si tramutò in incubo: allo sportello ci dissero che era in atto uno sciopero aereo. Il mio amico protestò energicamente, ma la signorina ci chiese se non avevamo letto i giornali, lo sciopero era stato annunciato per tempo. Vedendo la nostra costernazione, aggiunse che però lo sciopero sarebbe rientrato entro le 14:00. Solo entro le 14:00? E noi alle 15:00 dovevamo essere in pieno centro a Roma.

La prima idea fu di ripartire in macchina, ma erano già passate le 11 e pensammo che in meno di quattro ore sarebbe stato impossibile farcela. Decidemmo di aspettare la ripresa dei voli e passammo più di due ore in ansia tormentosa. Fortuna volle che il nostro aereo fu uno dei primi a prendere il volo e ben presto atterrammo a Fiumicino. Mancava mezz’ora all’appuntamento. Corremmo a cercare un taxi per Via Aracoeli. L’amico pagò anticipatamente 50’000 lire e mi fece dire al tassinaro che gliene avrebbe date altrettante se alle 15.00 ci avrebbe scaricati in detta via. La partenza fu fulminea, il tassinaro bruciò tutti i semafori da Fiumicino al centro, un viaggio da mettersi le mani nei capelli, ma all’ora stabilita, passata di pochi secondi, ansimanti e con il cuore in gola, noi scampanellammo all’appartamento del nostro carissimo e indimenticabile Maestro.

Pochi secondi e la porta si apre. Un’anziana donna di sevizio ci fa entrare e deporre i soprabiti nel vestibolo, dove ci viene incontro un uomo di età non ben definibile, molto gentile, tutto vestito di scuro che potrebbe benissimo essere una seconda persona di servizio. Ma ci accoglie in un modo che capiamo subito che è lui il Maestro in persona e il librettista gli porge una voluminosa confezione delle migliori praline svizzere. Morricone ringrazia gentilmente, scarta il pacco, si dimostra entusiasta e loda il contenuto protestando che non era necessario. Passa quindi la confezione alla domestica e a noi domanda se gradiamo il tè o il caffè. Ci fa entrare in una bella saletta con grande finestra che dà sulle due scalinate dell’Aracoeli e del Campidoglio. Osserva non senza compiacimento il nostro stupore di fronte a tanta bellezza e conferma che per la stessa emozione estetica che ci ha letto in viso ha scelto quell’appartamento. Arriva persino a scusarsi che purtroppo non ha ancora finito di arredarlo. Figuriamoci se in quel misto di agitazione, di riverenza e sorpresa per tanta gentilezza, ce ne siamo accorti. Noto comunque un magnifico vaso cinese in un angolo. Poi ci fa accomodare a un bel tavolo antico e ci prega di esporre la nostra richiesta.

L’incontro non potrebbe essere più cordiale. Con grande nostra sorpresa, da pari a pari Morricone ci fa sentire a nostro agio. Il mio amico è al settimo cielo. Tira fuori il libretto dattiloscritto, lo porge al Maestro e perora la sua causa con forza ed eloquenza, interrompendosi solo per darmi il tempo di tradurre. Il grande compositore ascolta tutto pazientemente e attentamente, con un’aria ascetica, professorale, proprio il contrario delle arie da grande artista che ci aspettavamo. Nei momenti che l’amico parla tedesco, egli sfoglia il libretto e legge qualche riga. Alla fine, T. gli prospetta una lauta ricompensa. Come assorto, il Maestro dice che esaminerà tutto e ci comunicherà la sua decisione fra qualche mese. Pensiamo che ci licenzi subito. Macché, con nostra gioiosa sorpresa prende a parlare delle opere che ha in cantiere e si dilunga sulla colonna sonora del film Mission, che ha appena finito di comporre. Ci regala due dischi con tanto di dedica, una messa solenne e una colonna sonora da lui composte. Finisce per offrirci ancora un rinfresco.

Per nulla al mondo avremmo immaginato che l’incontro avesse potuto essere più gratificante. Ci illudemmo che Morricone avesse già accettato l’incarico. Ci accomiatammo che il giorno volgeva a sera. Uscimmo nell’aria tiepida di marzo, ci avviammo come in sogno verso Piazza Venezia e Via dei Fori imperiali dove erano in corso cortei e festeggiamenti per il giorno della donna. A perdita d’occhio si vedevano solo donne; mai viste così tante in una volta sola. Tutto ondeggiava in un mare giallo di mimose e tutto risuonava di musiche, di grida, di slogan. Nella nostra euforia le stringemmo tutte in un ipotetico abbraccio. Cenammo in una trattoria di Trastevere, ormai convinti che la missione fosse perfettamente riuscita. Felici come potevano essere solo due dilettanti allo sbaraglio quali eravamo noi, per un paio di giorni visitammo i posti più belli di Roma.

L’epilogo di quel turismo musicale è condensato in una gentilissima lettera autografa del maestro in cui declina l’offerta. Ma rimane il ricordo indelebile di quell’incontro e di quel colloquio, rimane il dono dei dischi con la dedica, la lettera autografa e l’amicizia imperitura di T.H.


Massimo Lardi