I discorsi del 1° Agosto a Cavaione di Arturo Plozza e Giovanni Jochum

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Cavaione, la storia di una comunità senza statoArturo Plozza, Presidente comunale di Brusio

Cavaione è un insediamento abbarbicato alla montagna, sul versante destro della Valposchiavo, a pochi chilometri dall’Italia, nel Cantone dei Grigioni.

È un villaggio simile a tanti altri nell’arco alpino, ma la sua storia ha qualcosa di unico! Infatti, fin dopo la metà del 19° secolo, gli abitanti di questo piccolo villaggio di montagna non avevano una nazionalità: erano apolidi, né svizzeri né italiani.

Prendendo spunto dai vari scritti pubblicati da autori valposchiavini sul tema, ne riassumo brevemente la storia.

Cavaione era originariamente un insediamento estivo, un insieme di pascoli sfruttato dalle famiglie di Villa e di Tirano.
Solo verso il 1800 divenne un agglomerato abitato tutto l’anno da gente valtellinese, sfuggita forse a epidemie, carestie o lotte interne.

Terminato nel 1797 il dominio grigione sulla Valtellina, ebbe inizio per Cavaione un periodo particolare. Dimenticati da tutti, gli abitanti non pagavano tasse, non sottostavano ad alcun dovere civile, non prestavano servizio militare, non ricevevano alcun sostegno economico, dichiarandosi, a seconda della situazione, cittadini italiani o cittadini svizzeri.

Brusio, divenuto Comune autonomo nel 1851, si apprestò a naturalizzare gli stranieri da tempo domiciliati nel Comune. L’invito da parte delle autorità comunali venne rivolto naturalmente anche agli abitanti di Cavaione, i quali dichiararono “d’essere e voler rimanere Lombardi”.

Nel 1863 venne definitivamente determinata la sovranità territoriale. L’intera zona del Saiento, quindi anche Cavaione, venne riconosciuta ufficialmente quale territorio svizzero, ma i cavaionesi erano ancora senza patria.

Nel 1869, il brusiese Giovan Domenico Zala scriveva un accorato appello al Governo grigione chiedendo di ovviare a questa anomala situazione che faceva dei cavaionesi un piccolo popolo di poveri senza patria e senza alcun sostegno finanziario.
Nello stesso anno i cavaionesi chiesero, mediante istanza collettiva, di poter ottenere la cittadinanza del Comune di Brusio.

Nel dicembre del 1874 il Parlamento svizzero stanziò un credito per il Comune di Brusio per sostenere la naturalizzazione degli abitanti di Cavaione. Brusio annoverò dunque tra i suoi cittadini 21 nuove economie per un totale di 108 persone.
Il paesello ebbe subito una scuola, più tardi un deposito postale, l’allacciamento per il telefono e negli anni quaranta un impianto di acqua potabile.

Il numero degli abitanti di Cavaione diminuì con gli anni; nel 1920 ne contava 96, nel 1950 era sceso a 65.

Pietro Triaca, nel suo libro “Brusio il mio paese”, scrive in modo altamente fiducioso: “il complesso di migliorie che si sta attualmente realizzando, eviterà un ulteriore esodo della gente e contribuirà a farla aumentare. Una prova l’abbiamo già: il 1° gennaio del 1958 era nuovamente sull’ottantina. E vogliamo sperare che il numero degli abitanti salga ancora, quando la contrada avrà la sua strada comoda e ogni prato o campo sarà raggiungibile col carro o col trattore”.

Purtroppo, proprio la strada ha favorito l’abbandono della contrada, segnandone lentamente il declino.
Oggi solo 18 cittadini risiedono a Cavaione e solo in estate il paese si anima, grazie al ritorno dei cavaionesi della diaspora. Qui, essi ritrovano le loro origini, sapori e profumi mai dimenticati, tracce di un vissuto che rimarrà nella storia.

Arturo Plozza

Presidente comunale di Brusio

Discorso del Podestà di Poschiavo Giovanni Jochum

Stimato Consigliere federale signor Parmelin, gentile Signora, cari presenti

Anche per me, quale podestà del Comune di Poschiavo, è un grande onore potervi salutare qui a Cavaione, sul territorio del Comune di Brusio.

Riguardo a Cavaione è stato detto molto. Ci troviamo nella periferia della periferia e questo ha un grande valore simbolico.

Nel mio intervento di chiusura vorrei accennare brevemente solo a due dei tanti temi importanti per i nostri comuni di periferia e di montagna: l’importanza della collaborazione e della coesione nonché la gestione del territorio.

La nostra regione è unica: la Regione Bernina è composta soltanto da due comuni e poco meno di 5000 abitanti. La posizione geografica a sud del passo del Bernina e la nostra cultura italofona hanno fatto sì che la popolazione della valle optasse per una soluzione di regione piccola, quando nel Cantone dei Grigioni si sono costituite le nuove regioni in seguito alla riforma territoriale entrata in vigore il 1° gennaio 2016. Troppo era il timore di entrare a far parte della Regione Maloja, composta prevalentemente da comuni non italofoni.

Questo però non significa che i Comuni di Brusio e di Poschiavo, nonché la Regione Bernina vogliano isolarsi o non riconoscano la necessità di collaborare da una parte con la regione Maloja e dall’altra con i comuni della vicina Valtellina. Sappiamo bene che per raggiungere i nostri obiettivi dobbiamo collaborare e unire le forze: solo così riusciremo a rimanere indipendenti e a mantenere la nostra cultura. Cultura intesa come il nostro sistema di saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti.

Durante gli ultimi mesi trascorsi all’insegna della pandemia Covid 19 i due comuni hanno lavorato a stretto contatto con il Centro Sanitario Valposchiavo, che riunisce l’ospedale, la casa anziani e il servizio Spitex. La comunicazione alla popolazione è stata condivisa fra i tre enti durante tutto il periodo di emergenza. La popolazione ha apprezzato com’è stata affrontata la situazione e l’ottima collaborazione tra i due municipi. Interpreto questo apprezzamento come un incoraggiamento a unire le forze anche in futuro. È importante portare avanti le tematiche che riguardano la Valposchiavo e la Regione Bernina nell’ottica della collaborazione dimostrata gli ultimi mesi. Pur mantenendo le proprie diversità e assumendosi le proprie responsabilità, ognuno può dare un importante contributo per affrontare le immancabili sfide con le quali saremo confrontati in futuro. Sin dal lontano 1291 i nostri antenati hanno raggiunto obiettivi comuni grazie alla loro responsabilità e alla loro solidarietà.

Per quanto riguarda il secondo tema, la gestione del territorio, mi concentro su un aspetto che ci tocca da vicino: i nostri monti. Risulta pressoché impossibile gestire in modo omogeneo, con gli stessi criteri e le stesse leggi, un territorio come quello svizzero, caratterizzato da realtà molto diverse una dall’altra: basti pensare alle città, alle campagne, alle regioni turistiche, alle aree prevalentemente industrializzate, ma anche alle zone come la Valposchiavo.

Solo sul territorio del Comune di Poschiavo contiamo più di 2’500 edifici, i cosiddetti edifici fuori zona, nati come edifici rurali per dare riparo ai contadini e agli animali che passavano lunghi periodi in montagna. Oggi non ci sono più le stesse necessità. L’agricoltura ha fatto grandi progressi, grazie alla disponibilità di macchinari professionali e sempre più efficienti, ha reso il lavoro completamente diverso da quello di 50 o 100 anni fa. Anche gli edifici hanno perso la loro funzione iniziale e sono stati trasformati sempre più in case dove trascorrere i fine settimana e le vacanze. Dagli anni ‘70 in poi le leggi riguardanti gli edifici fuori zona sono diventate sempre più severe, fino ad impedirne il cambio di utilizzo.

In seguito all’entrata in vigore della legge federale sulle abitazioni secondarie, i nostri monti sono stati considerati abitazioni secondarie, facendo superare la quota del 20% per case secondarie definita nella suddetta legge anche nel Comune di Poschiavo. Questo comporta di fatto il divieto, anche nel fondovalle, di qualsiasi investimento in nuove seconde abitazioni. Non che la richiesta sia alta, ma il blocco soffoca fin da subito qualsiasi iniziativa di investimento.

I nostri monti hanno una grande importanza: chi ristruttura la casa di montagna, cura anche il territorio, investe nel mantenimento degli edifici, dei prati, dei pascoli, dei ruscelli e anche del bosco. La legge vigente non ammette la ristrutturazione di stalle o fienili esistenti con relativo cambio di utilizzo quale casa abitativa di vacanza. Viene perciò a mancare un indotto economico importante per la nostra Valle e i proprietari non hanno più la motivazione necessaria per mantenere il territorio. Se non affrontiamo il tema in modo concreto e non definiamo le eccezioni che permettano di fare gli investimenti necessari, il paesaggio della Valposchiavo cambierà in modo importante a medio-lungo termine, lasciando che il bosco si impossessi del territorio.

Faccio pertanto un appello ai nostri rappresentanti politici – in particolare ai membri della Commissione del Consiglio agli Stati che a breve dovrebbe affrontare la seconda tappa della legge sulla pianificazione – affinché tengano conto della situazione e delle caratteristiche particolari delle vallate come la Valposchiavo. Chiedo ai nostri politici nazionali di lasciare maggiore competenza ai Cantoni, che conoscono meglio le particolarità e le necessità delle proprie regioni. Noi vogliamo che i nostri monti, la nostra cultura, le nostre tradizioni e il nostro paesaggio vengano mantenuti nel miglior modo possibile. Per questo è necessario eliminare gli ostacoli insormontabili venutisi a creare con la legge federale sulla pianificazione del territorio e la legge federale sulle abitazioni secondarie.

Egregio Consigliere federale, gentili signore, cari presenti, con queste parole e con uno sguardo fiducioso al futuro, ringrazio per la vostra attenzione e per la gradita visita e buon 1° agosto!

Giovanni Jochum

Podestà del Comune di Poschiavo