Costruire il futuro sulla fiducia

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Allocuzione del consigliere federale Guy Parmelin
Capo del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) in occasione della Festa nazionale 2020

Care Confederate, cari Confederati, 1
Cari abitanti, ospiti di Cavaione e della val Poschiavo,
Signore e Signori,
Oggi è un giorno importante per il nostro Paese e sono felice di passarlo qui con voi, in questo borgo di Cavaione.
Nel 1963 Riccardo Tognina scrisse un articolo su Cavaione nell’Almanacco dei Grigioni, dal titolo «Das vergessene Dorf, il paesino dimenticato». Un villaggio né svizzero né italiano, o piuttosto svizzero o italiano a seconda delle circostanze. E così, fino al 1874 si poteva sfuggire al servizio militare e al pagamento della tassa di esenzione. Un villaggio da sogno, direte voi, dove ho il piacere di ritrovarvi oggi, a riprova del fatto che il Consiglio federale, lui, non vi dimentica. Grazie di accogliermi qui tra voi!

Quest’anno la nostra Festa nazionale ha un sapore dolce-amaro, tra il sospiro di sollievo e il peso dell’incertezza: da un lato, il sollievo di essere finalmente usciti – insieme ai Paesi che ci circondano – da un periodo che ha stravolto le nostre abitudini lavorative e sociali; dall’altro però l’incertezza sugli sviluppi di questa malattia e le sue ripercussioni sulla prosperità del nostro Paese.

Da un secolo a questa parte, mai come quest’anno la Svizzera si è mobilitata con tutte le sue forze per fronteggiare un’epidemia che ha contagiato quasi 35 000 persone e fatto più di 1700 vittime nel nostro Paese.
Rendiamo omaggio a tutti loro con un pensiero collettivo. Molti di noi, per fortuna ancora in buona salute, ricorderanno questo triste episodio pensando alle strade deserte, ai treni semi-vuoti, ai negozi e ai ristoranti chiusi. Da allora, il nostro Paese si è goduto una pausa estiva ben meritata, ha riunito le forze e si è rialzato, ma già si profilano nuove preoccupazioni. In effetti, la nostra
economia è ancora ben lontana dal suo ritmo di crociera. La produzione e la domanda estera vivono al rallentatore, il ritmo dei consumi è titubante, i turisti restano prudenti. È chiaro ormai che ci vorrà tempo prima di tornare alla normalità, prima di ritrovare le nostre abitudini.
Questa crisi, è vero, non ha colpito tutte le aziende in modo uguale: alcune l’hanno superata senza troppe difficoltà, altre sono state costrette a fare una sosta obbligata, altre ancora hanno dovuto purtroppo chiudere i battenti.

Ma il nostro Paese, seppur intontito per lunghe settimane, non si è dato per vinto. Davanti a un fenomeno di questa portata, la Confederazione ha preso decisioni urgenti e massicce, ha investito decine di miliardi per preservare l’occupazione e l’economia, che sono Le nostre due risorse più preziose, robuste e resilienti. Da qui nasce il successo 2 della Svizzera.
Le cifre che sto per leggervi danno il capogiro. Pensate: se l’economia svizzera funzionasse «soltanto» al 95 per cento delle sue capacità effettive, come indicano le previsioni per il secondo semestre, le perdite finanziarie sarebbero di circa tre miliardi di franchi al mese.

È una prospettiva sconvolgente, che però fa capire tutto il peso delle nostre responsabilità pubbliche. Ma è anche un avvertimento: prima o poi le questioni sanitarie, che riguardano per definizione delle priorità individuali, finiscono per coinvolgere l’intera società.
Per un certo periodo siamo stati insicuri e abbiamo dovuto diffidare l’uno dell’altro per il bene di tutti; eppure, paradossalmente, usciamo rafforzati da questi eventi della primavera 2020. Infatti, con la nostra autodisciplina, siamo riusciti a combattere insieme questa battaglia sacrificando tutti una piccola parte della nostra libertà personale per l’interesse comune.
Quindi è del tutto legittimo definire patriottici questi sforzi congiunti e anche vedere in essi una manifestazione del motto tradizionale del nostro Paese:

In per tuts, tuts per in
uno per tutti, tutti per uno
Un pour tous, tous pour un
Einer für alle, alle für einen

La stragrande maggioranza dei nostri concittadini e di chi risiede in Svizzera ha capito subito qual era la posta in gioco. E non per ognuno di noi singolarmente, ma per tutta la collettività. Senza minimizzare il pericolo, sconfinare nel ridicolo o Ignorare la situazione. Vi ringrazio enormemente!
La nostra società tende a illudersi che il rischio sia del tutto eliminabile attraverso apposite norme. Idealmente adotterebbe precauzioni fino all’inverosimile. Questa mi sembra una ragione in più per ricordare che gli incidenti – piccoli o grandi che siano – sono sempre possibili, che lo si voglia o meno.
Proprio per questo dobbiamo sfruttare i momenti come questi, in cui riflettiamo sul fondamento e sul futuro del nostro Paese. Teniamo a mente che lo Stato non è onnipotente, che nella vita non ci sono garanzie e che né un’eccessiva prudenza né un’esagerata spensieratezza costituiscono le basi di una buona strategia politica.

Queste settimane faticose, pesanti, ci hanno rammentato che è impossibile controllare tutto. Dobbiamo talvolta accettare le raccomandazioni e adeguarci alle circostanze, al di là della responsabilità individuale, delle nostre competenze personali, delle nostre prerogative o libertà.

Nonostante tutto, eravamo però abbastanza sicuri di ritrovare in buona salute la nostra famiglia, gli amici, i colleghi e i vicini. Eravamo abbastanza sicuri che il nostro ambiente familiare sarebbe rimasto intatto, pur dovendo rispettare alcune regole igieniche. In ufficio, in fabbrica, nelle case per anziani o sui mezzi pubblici, nella solitudine di un salotto trasformato in ufficio, eravamo abbastanza sicuri di alcune cose: la nostra organizzazione sociale resisterà alla pandemia; le autorità continueranno a fare il loro lavoro; gli strumenti del controllo democratico rimarranno vigili; gli aiuti saranno versati a chi ne ha bisogno e diritto, presto e senza burocrazia; la sicurezza e i servizi saranno garantiti; gli ospedali e il personale sanitario ce la faranno. Ne eravamo abbastanza sicuri perché il nostro Paese funziona così.

Ho detto «abbastanza sicuri» perché nella vita ci sono sempre fattori imponderabili. Ma allora, perché dare tanta fiducia alle nostre istituzioni? Perché la nostra società poggia su valori solidi, storici, intangibili, collaudati, primo tra tutti – appunto – la fiducia.
Spesso, ci lamentiamo che le cose non vanno come vorremmo, al ritmo che vorremmo, o nella direzione che vorremmo. Eppure, nonostante le avversità, la maggior parte di noi sceglie di fidarsi, di credere nel domani – in una parola: di «sperare».

((Signore e Signori,)) Senza fiducia, la vita sociale sarebbe semplicemente impossibile, sarebbe impensabile interagire gli uni con gli altri. Senza fiducia, la Svizzera non potrebbe più «rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo» come recita la nostra Costituzione. Perché il cemento di quell’alleanza è la fiducia.

Dopo questa crisi senza precedenti, davanti alle difficoltà che verranno a galla nei prossimi mesi, sono consapevole di quanto i poteri pubblici debbano essere degni di questa fiducia. È il prezzo da pagare per avere un Paese stabile, delle istituzioni affidabili, un’economia serena e dunque imprenditoriale, un clima favorevole per il consumo. La fiducia è uno dei fermenti e dei motori del nostro futuro.

A tutte e a tutti voi auguro una bella Festa nazionale 2020, tanto coraggio e soprattutto tanta fiducia.

Viva la Svizzera, viva il Cantone dei Grigioni e lunga vita al Comune di Brusio!


Guy Parmelin – Consigliere federale