Il 1° agosto unisce il Consigliere federale Parmelin ai contadini a Cavaione

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Cavaione non è affatto un luogo a caso dove festeggiare il 1° agosto: si tratta infatti dell’ultimo lembo di terra annesso alla Svizzera e i suoi allora oltre cento abitanti sono stati i protagonisti dell’ultima naturalizzazione di massa della storia della Confederazione.

Se si vuole riassumere la festa, le parole più adatte sono forse quelle di Marcello Dorsa, presidente dell’Unione dei contadini di Brusio: “Per noi era importante dare un segnale, nell’organizzare questa festa del primo agosto. Per rispetto di quanto è successo durante questa crisi, dobbiamo accettare tutti delle piccole regole in più. Ma in piccolo e con semplicità possiamo oggi festeggiare un evento tanto importante come il Natale della Patria qui a Cavaione”.

L’organizzazione è stata impeccabile, così come il gustoso aperitivo offerto alla piccola delegazione presente e non ha nemmeno sofferto del breve scroscio di pioggia, grazie ai gazebo rapidamente posti a riparo dei convenuti.
Alla regola, che imponeva l’uso della mascherina a tutti i partecipanti, consegnata in forma personalizzata, non si sono naturalmente sottratte nemmeno le personalità presenti per le celebrazioni, che hanno tenuto a dare il buon esempio.

La festa aveva una valenza che andava ben oltre i confini della Valposchiavo, vista la presenza del Consigliere federale Guy Parmelin, titolare del Dipartimento dell’economia.

Le autorità locali erano presenti al gran completo: oltre al presidente comunale di Brusio, Arturo Plozza, che faceva gli onori di casa, vi ereano il podestà di Poschiavo Giovanni Jochum e i granconsiglieri Della Cà e Della Vedova, quest’ultimo anche nella veste di presidente del Gran Consiglio dei Grigioni.

Ad aprire i discorsi ufficiali è stato Arturo Plozza, che ha ripercorso la complessa vicenda che ha portato Cavaione a unirsi alla Svizzera (recentemente narrata sulle pagine del Bernina da Fabrizio Lardi), seguito poi da Franco Balsarini, cavaionese per nascita e per scelta convinta. Luca Plozza, presidente della Fondazione Cavaione, ha invece in seguito illustrato il Progetto Cavaione.

In seguito, è stato il momento clou con l’intervento del Consigliere federale Parmelin, che ha parlato dell’eccezionalità di un momento in cui il sollievo dell’uscita dal picco più drammatico della crisi del Coronavirus si unisce all’incertezza per il futuro e a qualche timore per le conseguenze sociali ed economiche. Il messaggio è stato però un vero invito ad avere fiducia, una rassicurazione sulla presenza oggi e nel futuro della Confederazione a fianco dei cittadini e anche delle imprese. Fuori dal discorso ufficiale, Parmelin ha anche rivelato che Roberto Zanetti, Consigliere agli Stati per il Canton Soletta nativo della Valposchiavo, lo ha contattato sapendo della trasferta a Cavaione per ricordargli le proprie radici brusiesi.

A chiudere, infine, il discorso del Podestà di Poschiavo Giovanni Jochum. Sia l’aperitivo che i discorsi hanno visto la presenza festosa della band Brass&Melgasc di Brusio, che ha anche eseguito il Salmo Svizzero.

Approfittando della presenza del Consigliere Parmelin, gli abbiamo rivolto alcune brevi domande.

Signor Consigliere federale, grazie per la sua presenza oggi qui a Cavaione. Abbiamo sentito, dai racconti su questo piccolo paese, che ai tempi della sua unione alla Svizzera, il villaggio contava oltre 100 abitanti. Oggi sono soltanto 18… Uno studio dell’Ufficio federale di statistica sostiene che nel 2050 solo due cantoni perderanno popolazione: il Ticino e i Grigioni: che cosa si può fare per contrastare questa tendenza allo spopolamento delle Alpi?

È un discorso certamente complesso da affrontare. Tutti noi amiamo i piccoli villaggi alpini dei Grigioni: ci piace venirci in vacanza, ci piace quello che troviamo, ma altrettanto vogliamo trovarci tutte le comodità. Per quanto riguarda il mio dipartimento, abbiamo costituito un gruppo di lavoro per trovare delle misure che possano permettere alla montagna e alla periferia di questi Cantoni di restare o meglio ancora di diventare un luogo attrattivo anche per i giovani. Spesso quello che oggi accade è infatti che i giovani si allontanano per studiare e poi si adattano allo stile di vita delle città dove vanno a studiare e non tornano indietro. Vorremmo far sì che delle persone locali possano desiderare di tornare alle loro terre di origine.

Molte terre di frontiera, come anche la Svizzera italiana in generale, vedono la mancanza di lavoratori locali in alcuni settori, come è stato evidenziato, per esempio, nel settore sanitario, durante la pandemia. Che cosa si deve fare per colmare questo squilibrio?

Per prima cosa è importante sottolineare il valore della libertà personale. Ognuno segue la carriera e la formazione che desidera. Per il resto, credo che sia un discorso molto legato al precedente, nel senso che alla fine tutto dipende da quale sostegno si riesce a dare agli abitanti e ai loro progetti. Noi crediamo fortemente che si debba dare aiuto ai piccoli progetti mirati, alle piccole imprese altamente specializzate che possano creare dei cluster di alta qualità. Per noi è importante il concetto di economia di prossimità. È un periodo di grandi cambiamenti. Pensi per esempio alla digitalizzazione e al telelavoro. Siamo passati dal pochissimo lavoro in questo settore al moltissimo, forse addirittura eccessivo e qui parlo da imprenditore. Ma, certamente, anche in futuro questo strumento sarà rafforzato. Anche se la tutela ambientale è importante, inoltre è essenziale che non diventi un modo per generare difficoltà e problemi a chi vuole in queste zone generare piccoli progetti di sviluppo.

Lei viene dalla Svizzera romanda. Ci sono ancora difficoltà per chi proviene dalla Svizzera latina in un contesto fortemente germanizzato come quello dell’amministrazione federale?

Si tratta di un complesso bilanciamento che non deve includere soltanto le diverse comunità linguistiche ma anche i generi e la provenienza dei funzionari. Proprio, per esempio, riguardo al mio dipartimento e alla presenza femminile: i tre dirigenti più alti in grado sotto di me sono tre donne! E abbiamo anche italofoni e qualche romancio, oltre a francofoni e tedescofoni. A livello linguistico, ci sono diversi dipartimenti con una importante presenza romanda, come quello degli esteri. Certo, ci sono delle colonie strettamente legate al mondo tedescofono, come l’Esercito, ma questo è dovuto anche a una rappresentanza numerica, demografica. E, anche qui, il prossimo Capo delle operazioni proverrà dal Cantone Vaud.
Sinceramente non amo la drammatizzazione che talvolta viene fatta di questa questione ma di certo credo che un’adeguata rappresentanza delle diverse comunità sia necessaria, perché il plurilinguismo è un elemento costitutivo della Svizzera.  


Maurizio Zucchi