Il nuovo redattore Maurizio Zucchi si presenta ai lettori de “Il Bernina”

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Cari lettori, bundì! Ci sono pochi compiti e pochi argomenti difficili da trattare come il parlare di sé stessi: troppo grande è il rischio di essere presuntuosi o, peggio ancora, noiosi. Visto che però da alcune settimane avete cominciato a vedere una nuova firma «Maurizio Zucchi» sugli articoli del «Bernina», gli altri componenti della Redazione e il Comitato mi hanno spinto a scrivere un editoriale in cui mi potessi presentare: può darsi che, in effetti, alcuni di voi siano curiosi di sapere chi si nasconde dietro a un nome.

So bene che qualcuno, dopo una consultazione anagrafica, avrà pensato «n’altru valet». Per evitare pensieri come questo ho anche meditato per un momento la possibilità di inventarmi un nonno di San Carlo: in fondo, come tante terre alpine, anche la Valposchiavo ha alimentato nei secoli una diaspora abbastanza notevole. Ma, in realtà, forse anche in conseguenza della professione che sono chiamato a svolgere qui a «Il Bernina», ho sempre preferito raccontare le cose come stanno. Quindi sì, sono valtellinese, precisamente di Ponte in Valtellina, un bel paese di media valle in mezzo ai meleti e alle vigne, e ho quarant’anni, anche se a volte gli altri non se ne accorgono e io stesso non me ne ricordo.

Dal punto di vista dell’istruzione, diciamo che ho studiato diversi temi: sono laureato in Lettere classiche, specializzato in archeologia e ho un master di secondo livello in Relazioni internazionali. Non credo però che il valore e lo spessore delle persone si misurino dal livello della loro istruzione, dalla quantità di nozioni che hanno accumulato nella loro vita o dal successo: molte delle lezioni migliori, a volte, mi sono state date da anziani contadini che magari parlavano solo in dialetto o da persone che lottavano realmente per arrivare alla fine del mese in condizioni di grande povertà. Nella mia vita, personale e professionale, tutte le mie scelte sono state mosse dalla passione: per la scrittura, per il teatro, per la montagna, per lo sport, per la storia, per l’arte… E potrei continuare, perché le passioni, così come i valori, sono per me l’alimento di una vita piena e interessante, e più crescono più ci fanno crescere.

Visto anche un profilo educativo piuttosto vario, ho svolto durante la mia carriera lavori diversi: ho persino (difficile immaginarselo, per un archeologo) lavorato sette anni in una banca, nel dipartimento internazionale. Ma la scrittura mi ha sempre accompagnato, dai tempi del giornalino della scuola a quando ho collaborato con «La Provincia di Sondrio» negli anni dell’Università, alla collaborazione data ai libri sulla storia orale del mio paese fino allo scorso anno, con la pubblicazione di un romanzo e di un saggio sulla storia della città di Milano.

Credo che sia interessante venire al mio rapporto con la Svizzera, con il Grigioni, e con la Valposchiavo: questo nasce quando, già da bambino, venivo (a volte anche sconfinando dalla Val Fontana) a camminare sulle montagne e si rafforza con alcuni amici provenienti dal Grigioni che condividevano le estati con me a Ponte. In Valposchiavo ci sono alcuni luoghi che ho sempre sentito come magici, in qualche maniera, e con i quali ho un particolare rapporto di affetto: San Romerio, Cavaglia, Sfazù e tutta la Val da Camp sono sempre stati per me una specie di meta di pellegrinaggio fuori stagione. E siccome sono uno storico di formazione, ho imparato che le montagne uniscono e non dividono, che i limiti e i confini da temere sono quelli nella nostra testa e non quelli sulla carta, che quel che oggi è diviso, come la Valtellina e il Grigioni, era un tempo unito in una stessa terra.

Nel 2013, lasciata per mia volontà la banca, ho iniziato a lavorare per la Pgi, come operatore culturale in Bregaglia: ho imparato a conoscere quest’altra importante regione (non più amministrativa ma geografica e culturale) del Cantone e del Grigionitaliano, ho imparato il funzionamento delle istituzioni, della politica e qualcosa del modo di pensare della Svizzera e del Cantone. Ho imparato a considerare e pensare alla pluralità linguistica, culturale e religiosa del Grigioni come una (pur talvolta problematica) fonte di grande ricchezza. Ma, soprattutto, ho imparato ad apprezzare il rigore e la meritocrazia che hanno fatto crescere questo Paese e questo Cantone così vicino, al quale a volte, da oltre Campocologno, guardiamo con un po’ di invidia come a un miraggio. Lo devo alla Pgi, ma più ancora lo devo a un poschiavino, Giuseppe Falbo, il segretario generale di allora, una persona determinata, preparata, lavoratrice, leale e onesta, alla quale mi lega un sentimento di gratitudine, rispetto e amicizia. La «mia» Pgi, del resto, quella per quale avevo lavorato, era stata ricostruita e rimodellata da un illustre intellettuale brusiese, Sacha Zala. Dopo oltre cinque anni stimolanti, in cui ho organizzato mostre e conferenze, scritto comunicati stampa e partecipato alla redazione di uno dei più antichi periodici culturali in italiano della Svizzera, i «Quaderni grigionitaliani», oltre ad occuparmi in modo specifico del centenario della Pgi, il mio mandato (non rinnovabile) è terminato alla fine del 2018. Da allora ho lavorato in Italia, soprattutto a Milano, come guida turistica, sempre mantenendo un occhio aperto su questo lato del confine, anche attraverso una saltuaria collaborazione con i «Quaderni».

Saputo del posto vacante a «Il Bernina», che conoscevo da tempo anche per il mio lavoro in Pgi, mi sono subito annunciato, sia perché scrivere mi piace moltissimo sia per riprendere in mano il filo di un ormai lungo rapporto con la Svizzera e con il Grigioni. Cercherò di portare in questa esperienza tutta la passione, il rigore, l’impegno dei quali sono capace. Non sono poschiavino e non sono brusiese, quindi non sono ovviamente qui con la pretesa di «insegnare» o di «spiegare» agli abitanti della Valposchiavo la loro terra, che conoscono e conosceranno sempre meglio di me, e che io posso guardare con occhio curioso, a volte persino competente, ma sempre esterno. Sono qui per raccontare avvenimenti e storie di decisioni, di luoghi e di persone, nella speranza che quello che scrivo, e come lo scrivo, possa interessare ai lettori del «Bernina». Spero quindi che possiate e che possa piacervi leggermi a lungo da queste colonne.


Maurizio Zucchi

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