Esplorando la giungla delle fake news con Maurizio Canetta e Pablo Creti

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Un incontro può definirsi riuscito quando, insieme a una buona partecipazione quantitativa di pubblico fa registrare interesse, domande, interazioni, conversazioni e riflessioni da parte degli intervenuti. In questo senso, quindi, non possiamo esitare nel definire un successo la serata “Si fa presto a dire fake news”, condotta sabato 19 settembre presso “La Romantica” al Le Prese da Maurizio Canetta, direttore della RSI e da Pablo Creti, responsabile del settore online del Dipartimento Cultura e Società della stessa televisione.

Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare delle “bufale”, o delle “fake news”, per usare il termine più internazionale. Si tratta, volendo usare una traduzione semplice, letterale ed efficace, di “notizie finte” o fittizie. Ma le fake news, come ha ricordato Canetta in apertura di serata, sono sempre esistite.

Si può partire addirittura dal Faraone Ramsete II, dal 1274 a.C. e dalla Battaglia di Qadesh che vide opposti gli Egizi e gli Ittiti. Il faraone la celebrò come una grande e decisiva vittoria nei templi della sua nazione, di fatto fu una sorta di “pareggio” che si concluse con una spartizione del territorio.

Oppure, come fatto da Canetta, si può iniziare da un’altra storica e famosa bufala, la “Donazione di Costantino”. Fatta risalire dalla Chiesa al 315 d.C., sosteneva la donazione “alla chiesa” dell’Italia da parte dell’Imperatore e il primato papale… Ma si trattava di un apocrifo, smascherato dall’umanista rinascimentale Lorenzo Valla e fabbricato probabilmente nell’VIII secolo. Un documento falso che fu però utilizzato per secoli (anche oltre la sua confutazione) come una giustificazione decisiva di potere dai Papi.

Venendo a tempi relativamente più recenti vi è poi il Dispaccio di Ems, un telegramma tedesco imperiale diretto alla Francia del 1870, contraffatto in toni aggressivi dal cancelliere Otto von Bismarck e opportunamente divulgato alla stampa che divenne addirittura il casus belli della prima guerra franco prussiana.

Parlando di tempi recenti ed esiti drammatici vi sono poi i Protocolli dei Savi di Sion, un falso del 1903 fabbricato dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, che è però servito per dimostrare la (presunta) volontà degli ebrei di conquista di tutto il mondo e ha anche funto da pretesto di giustificazione per l’Olocausto. Riconosciuti come falsi già dalla loro pubblicazione, sono ancora citati e creduti come reali da frange estremiste e in alcuni ambienti islamici.

Ma le presunte cospirazioni sono ancora oggi una fonte inesauribile di fake news: è il caso delle teorie sull’11 settembre, con la diceria (più volte smentita) di tutti gli ebrei spariti dalle Torri Gemelle il giorno prima dell’attacco terroristico. O ancora, oggi, di Qanon, una presunta cospirazione che sostiene l’esistenza di una rete mondiale di satanisti e pedofili (tra essi i Clinton e alcune star di Hollywood) che avrebbe come obiettivo quello di stabilire un Nuovo ordine mondiale disarcionando dal potere Donald Trump.

Proprio quest’ultima fantasiosa ricostruzione ci mostra però un salto di qualità anche tecnologico: email modificate ad arte e video ridoppiati con un labiale perfetto e una voce identica a quella del personaggio attraverso l’intelligenza artificiale creano disorientamento e rendono più difficile raccapezzarci. Talvolta, poi, sono gli stessi governi di alcuni paesi a fungere da fucina di questa creazione di false notizie attraverso i servizi segreti, come nel caso della conclamata interferenza del Cremlino nelle elezioni di alcuni paesi occidentali.

“Il ruolo del giornalista – ha precisato Canetta a corredo della carrellata – è quindi sempre più difficile e la sua funzione di mediatore è in crisi”. Ma a rischiare di più è il pubblico. Oggi abbiamo una vastissima quantità di fonti informative sia per gli strumenti (internet, social network, radio, giornali, televisioni) che per le fonti. Questo facilita, a livello degli utenti, la creazione di vere e proprie “bolle” in cui ci si informa da fonti che rafforzano le proprie convinzioni e il proprio modo di affrontare vita e problemi. L’altra reazione, quella opposta, è quella di “lasciar perdere”, atteggiamento che diventa però pericoloso in una società dominata dai media.

Chi lavora per manipolare è preparato e professionale. Come possiamo dunque difenderci? Esistono dei siti di fact-checking, tecnicamente detti “debunkers” che si occupano di verificare i fatti. Tra questi, ad esempio (ndr) c’è il programma “Il Disinformatico” condotto su Rete Tre dal giornalista Paolo Attivissimo.

Ci sono dei comportamenti virtuosi che ciascuno di noi può mettere in pratica per difendersi da questi pericolosi nemici. Diffidare, ad esempio, di teorie dal contenuto assolutistico (tutto bianco / tutto nero) spesso superficiali. Fermarsi a pensare prima di condividere una notizia: la condivisione è funzionale alla diffusione di una teoria, quindi non deve essere fatta frettolosamente o superficialmente. Frenare, quindi, la diffusione delle catene e cercare, per quanto possibile, di verificare le fonti, anche usando la rete: una notizia che non viene riportata da nessun media internazionale credibile, ad esempio, ma solo da qualche oscuro blog o pagina Facebook, non può avere lo stesso peso di un servizio della BBC o della… RSI.

Fortunatamente oggi anche i social network come Facebook e Twitter lavorano per bloccare alcune di queste realtà, che prosperano però sulla paura e sull’emotività. La domanda fondamentale da porsi, quando si utilizzano i propri social per amplificare una notizia è: “Io condivido questo perché so che è vero o perché sono d’accordo e questo viene incontro alla mia esigenza di rassicurazione?”.

Nella seconda parte, un breve intervento di Pablo Creti ha mostrato alcuni strumenti che sono al servizio delle fake news e offerto alcuni strumenti anche “fai da te”. Ha dunque parlato delle “trash food news”, le “notizie cibo spazzatura”, che spesso di ripetono identiche su migliaia di profili e che spesso sono falsamente attribuite anche a personaggi famosi, e dello “scrolling” il meccanismo con cui, analizzando quel che vediamo e quel che ci interessa, i social network “seguono” la nostra attività proponendoci contenuti sempre più mirati.

Dobbiamo però ricordare che esiste una questione di educazione informatica ed educazione all’immagine. Il social è dismorfico, ovvero offre una rappresentazione selettiva della realtà: facciamo molti “selfie” ma pubblichiamo solo i migliori, per fare un esempio concreto. Oltre alla creazione di reti attendibili e di “approdi sicuri” sui social, una buona idea è quella di vedere chi per primo ha condiviso la notizia. Una persona magari senza immagine, o con nessun post e con 10 amici? Probabilmente sarà un profilo fittizio.

Le numerose domande seguite hanno spostato il focus sull’educazione necessaria per affrontare queste tematiche, concludendo che si tratta di qualcosa di necessario sia nei percorsi scolastici (Pierluigi Crameri ha assicurato che già si fa in parte un lavoro di questo tipo a scuola) che per gli adulti, spesso meno alfabetizzati informaticamente dei ragazzi, “nativi digitali”. È un problema in più che attraversa le varie generazioni e che va affrontato senza paura, ma con consapevolezza.

Nel mare magnum della rete c’è di tutto: dai fornitori affidabili, a quelli inaffidabili a quelli satirici, che dichiaratamente producono contenuti falsi a scopo sarcastico o come esperimento sociale per vedere quanti abboccano. Un esercizio interessante che può però spingere chi non distingue a una totale disaffezione e sfiducia. “Forse – ha ammesso Creti – anche noi media più tradizionali dovremmo parlare di più di queste realtà che non tocchiamo quasi mai.”

Non è una sfida facile perché, come ricordato da un lato dal caporedattore del Bernina Marco Travaglia, “Manca una educazione agli educatori” e dall’altro, come ha chiosato Maurizio Canetta “Alcuni alunni potrebbero saperne molto di più dei loro docenti”.


Maurizio Zucchi