Un bovino amico dell’ambiente

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Il riscaldamento globale è un problema la cui gravità sta interessando sempre maggiori fette di popolazione e discipline. Fortunatamente, sono numerosi gli scienziati che sono scesi in campo per cercare di arginare un fenomeno che, a detta di molti esperti, potrebbe causare, entro la fine del secolo, delle gravi calamità su scala globale.

L’allevamento di bestiame è una delle ragioni dell’innalzamento delle temperature: il 37 per cento delle emissioni antropiche di metano, difatti, deriva proprio da questa pratica. Nel 2012, l’Europa ha finanziato RuminOmics, un progetto che ha dato il via ad uno studio, pubblicato recentemente su “Science Advances”, grazie al quale si è scoperto che, determinando il DNA della mucca, è possibile modificare il microbioma del rumine, responsabile della produzione di metano. E’ iniziata da poco la selezione, in fase di accoppiamento, dei capi con meno batteri metano-produttori; i primi risultati sembrano promettere bene sia per i bovini da latte che da carne.

Sempre per quanto riguarda il riscaldamento globale, non arrivano però altrettante buone notizie per riguarda l’inquinamento generato dal traffico aereo. Dal 2006 al 2050, infatti, si prevede un aumento di quattro volte del numero di voli. L’uso di carburanti più ecologici e l’efficienza dei velivoli non saranno sufficienti a rallentare l’inquinamento generato dagli aerei; secondo uno studio pubblicato su “Atmospheric Chemistry and Physics”, infatti, l’impatto sul riscaldamento globale delle nuove scie di condensazione potrebbe addirittura triplicare.

Chiudiamo con una buona notizia per quanto riguarda le plastiche. Un gruppo di ricerca australiano, infatti, ha realizzato un dispositivo in grado di neutralizzare i piccoli frammenti di plastica che si stanno accumulando nei fondali marini. Queste microplastiche, che, recentemente, abbiamo scoperto essere presenti anche nei nostri ghiacciai, vengono prodotte in larga misura sia da cosmetici sia dalla disgregazione di pezzi di plastica più grandi.

La nuova nanotecnologia è composta da nanotubi di carbonio dopati con azoto e associati a nanoparticelle metalliche; l’attivazione di un’altra sostanza chimica, il perossimonosolfato, permetterebbe la degradazione delle microplastiche. Si tratta ancora di un lavoro sperimentale, ma il team australiano è fiducioso e sta lavorando affinché si possa utilizzare su larga scala e con assenza di tossicità di ogni composto chimico presente nel processo.


Marco Travaglia