M13: dietro le quinte del primo film made in Poschiavo

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Pochi avvenimenti nel passato recente della Valposchiavo hanno suscitato prese di posizione e reazioni quanto quelli legati all’orso M13. La vicenda, nei cui contorni non rientreremo, ha catapultato la valle al centro del palcoscenico nazionale e non solo e ha generato anche delle conseguenze inattese, come, ad esempio, la realizzazione del primo film girato interamente in Valposchiavo: M13 di Alessandro Abba Legnazzi, le cui riprese sono in fase di conclusione dopo alcuni mesi intensi.

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare Alessandro e la produttrice del film, Vittoria Fiumi, per chiedere qualcosa di più non tanto sull’opera ma su come si sono trovati a lavorare in Valposchiavo a questo progetto cinematografico.

Dedicheremo due articoli alle interviste, partendo proprio dal regista.
Alessandro, che ha colto al volo il nostro invito, presentandosi nella nostra sede bardato di mascherina (come da normativa COVID) e di berretto, visto che le temperature tardo autunnali del pomeriggio impone di proteggersi dall’aria fredda.

Alessandro, innanzitutto una domanda per cercare di inquadrare il tuo lavoro. M13 è un film di finzione o è un documentario? O come si dice oggi, un docufilm?
Oggi si tende a dare una definizione per tutto, a seconda di dove cade l’accento di un lavoro. Si tratta di un film con aspetti documentaristici. Il gioco consiste nell’osservare la realtà in modo tuttavia diverso dai documentari di osservazione. Questi ultimi, infatti, puntano sulla naturalezza e sulla non interazione. Che però, in realtà, non è mai possibile del tutto quando ci sono coinvolte delle persone. Quello che ho cercato di fare con questo film è una rappresentazione della realtà, una ricostruzione verosimile dove la finzione può addirittura essere di aiuto.

Gli attori del film sono quasi tutti non professionisti, come mai questa scelta?
In effetti il 99% degli attori del film (possiamo dire tutti tranne uno) sono non professionisti e sono tutti o quasi della Valposchiavo. Lavorare con i professionisti, sono sincero, a me non piace. Anzi, forse non mi interessa. Mi interessano persone che abbiano relazioni vere e forti con il territorio che racconto nel mio film.

Come hai fatto a trovarli e reclutarli?
Sono ormai due anni che frequento la Valposchiavo. Diversi di loro, poi, erano già implicati nella vicenda di M13 e vi hanno avuto un ruolo attivo. Alcune persone mi hanno anche aiutato a trovarne delle altre, come una sorta di passaparola.

Quali sono i pregi e quali le difficoltà nel lavorare con attori non professionisti?
Difficoltà non ne ho trovare. Si deve lavorare forse di più sull’ambiente, sull’eliminare un po’ di preoccupazione che qualcuno ha prima di mettersi in gioco. In generale non eccedere nelle istruzioni è utile. Forse l’unica cosa che necessario avere è la sensibilità di capire quante volte puoi ripetere una scena affinché sia buona tecnicamente ma resti spontanea. Se riesci a intercettare questo bisogno gli attori ti concedono tutto. Diversi di loro, poi, mi hanno stupito cone delle potenzialità interpretative totalmente inaspettate.

Come si inserisce l’aspetto linguistico nel tuo film?
Ho cercato di ricreare il plurilinguismo tra italiano come lingua ufficile, poschiavino come mezzo di comunicazione della quotidianità e degli affetti e tedesco per i rapporti verso l’esterno. Le persone, me ne sono accorto in modo lampante, cambiano quando recitano in poschiavino. Non è solo una questione di parole o scelte: cambia la mimica, la naturalezza e la stessa “qualità” dell’interpretazioni. Forse questo è il primo o uno dei primi film veri e propri recitato quasi del tutto in poschiavino. Per me la comprensione non è stata un grosso problema perché è abbastanza simile al dialetto della zona da cui provengo (Brescia) e ho perciò la fortuna di capirlo.

Quale è stata l’accoglienza verso il film e la troupe?
Devo dire che ho avuto un aiuto continuo da parte di tutti, una grande disponibilità e una collaborazione nella ricerca di soluzioni ai problemi che via via si presentavano, tanto che a un certo punto mi sono chiesto: “Ma perché?”. La risposta che mi sono dato è che ci deve essere qualcosa nell’animo della gente di qui. Si deve entrare in punta di piedi e con animo trasparente, senza nascondere i propri intenti

Qui non siamo in città: quando mancava qualcosa, la hai sempre trovata?
Quanto al materiale tecnico, siamo una piccola troupe ma molto professionale e abbiamo portato tutto ciò di cui ci serviva in abbondanza e con scorte prudenziali. Per quando invece riguarda ad esempio gli oggetti scenici… Pensa che a un certo punto avevo bisogno che si vedesse un’impronta dell’orso… Ma c’è un problema, non sapevo come realizzarla. Allora l’idea mi è stata data da una persona di qui, che lavora l’argilla. Abbiamo realizzato una grande “zampa” di orso in argilla con delle castagne per fare le unghie… Ed è venuta molto realistica!

Come persona, come vivi questo luogo?
La Valposchiavo è un luogo che mi piace molto, e la ho realmente vissuta. Credo molto nell’importanza di lasciare un buon ricordo. È stato anche un modo per mettere in pratica il desiderio di vivere in un ruolo più piccolo, per me che mi sono trovato spesso a vivere in città, a partire da Brescia, dalla quale vengo. Credo che questa valle sia un posto magico, dove sono stato davvero bene. Si è trattato di un lavoro svolto con tutta una comunità.

Credi che i tuoi attori si siano divertiti a partecipare?
Credo di sì, che alla fine sia stato anche un diversivo, fare qualcosa di nuovo, sconosciuto e piacevole, creare dei bei ricordi, il che è ancora più necessario in un periodo come questo. Forse per qualcuno è stato anche impegnativo, di certo sorprendente come lavoro dal punto di vista tecnico.

A proposito del periodo… Ci sono state delle difficoltà a causa del Covid?
Ci si deve confrontare via via con le situazioni che si incontrano. Normalmente, per esempio se una persona è raffreddata non accade nulla, ora invece devi prendere delle preoccupazioni e fare un tampone se è il caso. Il Covid è stato un ulteriore aspetto che ha richiesto versatilità e capacità di adattarsi.

E in futuro, ti rivedremo in Valposchiavo?
Me lo chiedono in molti. Certo che ci tornerò, perché mi sono trovato bene e ci sono persone che vorrei rivedere. Ma non so come e quando. Il mio lavoro mi ha portato e mi porta a spostarmi da un luogo all’altro anche per periodi abbastanza lunghi. Di sicuro porterò dentro di me tutto il tempo che ho passato qui e non me ne dimenticherò mai.


A cura di Maurizio Zucchi

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