Il Signore non dimentica

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Geremia 29.1, 4 – 14
Sermone del 31 dicembre 2020

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
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Ger 29:1 Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia,…

4 «Così parla il SIGNORE degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia: 5 “Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; 6 prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. 7 Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”.

8 Infatti così dice il SIGNORE degli eserciti, Dio d’Israele: “I vostri profeti, che sono in mezzo a voi, e i vostri indovini non v’ingannino, e non date retta ai sogni che fate. 9 Poiché quelli vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati”, dice il SIGNORE. 10 Poiché così parla il SIGNORE: “Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. 11 Infatti io so i pensieri che medito per voi”, dice il SIGNORE: “pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. 12 Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. 13 Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; 14 io mi lascerò trovare da voi”, dice il SIGNORE. “Vi farò tornare dalla vostra prigionia; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho cacciati”, dice il SIGNORE; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare”.

Cara comunità, racconto una storia: un anziano attendeva da anni su un molo di un porto. Un giorno, uno sconosciuto si ferma e gli chiede che cosa stesse aspettando, “che arrivi la mia nave“, rispose. “Non vedo nessuna nave da queste parti” esclamò l’uomo “perché non torni in città con me, magari ti fermi a cena?”.  Non posso “, disse l’anziano “se mi allontano, potrebbe arrivare la mia nave, non voglio perderla, so che arriverà“. “Come fai a sapere che sta arrivando” chiese l’uomo. “Perché è già stato così “, disse l’anziano. Scuotendo la testa, l’altro se ne va. Così, l’anziano rimane seduto, mese dopo mese, anno dopo anno, ma la sua nave non arriva, esausto e scoraggiato, si alza e va in città. “Eccoti qui” dissero i suoi amici al ritorno, “mentre era via, una nave è arrivata nel porto, con il tuo nome, ma non sapevamo dove eri, e se n’è andata di nuovo“. Capita, aspettare invano che qualcosa dal passato riaffiori!

Nel nostro testo, Geremia istruisce gli esiliati in Babilonia a “prosperare” nelle città dove si trovano. Il popolo ebraico aveva subito, per mano dei babilonesi, una deportazione delle persone più dotate e trasferiti nelle città babilonesi. Con nuovi vicini, pagani, essi devono aprirsi alla nuova vita. Devono mettere radici e crescere forti nella fede nel nuovo paese. Devono integrarsi con i loro vicini, costruirsi una casa, cantare “gli inni del Signore” in una “terra straniera“. Non devono aspettare di tornare, né piangere per il mondo perso. Nemmeno aspettare che il presunto “glorioso” passato riaffiori nel futuro. Non devono ribellarsi a quella nazione, nemmeno rifiutarsi di impegnarsi o attendere immobili l’intervento divino che li riporti nella terra che chiamavano casa. Devono “amare il luogo e le persone dove sono” e coltivare la loro fede lì dove sono. I dominatori babilonesi sono tolleranti e permettono alle comunità ebraiche di prosperare in Babilonia, di costruire sinagoghe e scuole. L’ebraismo è tollerato da molti dei vicini stranieri. Il profeta Geremia incoraggia la comunità ebraica a integrarsi. Se le loro città fioriranno, anche il popolo ebraico fiorirà, pensava: “se ne ho un beneficio, anche tu l’avrai“. Così, mentre pregano, non devono chiedere solo il ritorno in patria. Capiscono che possono creare una nuova e forte comunità ebraica lì dove si trovano, in cattività. Infatti, dopo settanta anni, con il re Ciro di Persia, gli ebrei che lo desideravano, potevano tornare a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, ma molti non se ne vanno. Avevano messo radici in quei luoghi. Il popolo non ascolterà i falsi profeti dalle previsioni allettanti ma seguirà la parola ispirata di Geremia. Cercate il bene del luogo.

Questi “ebrei della diaspora” rimasti, più tardi, saranno considerati meno puri “dal resto” in Gerusalemme. Non dal Signore però che riconosce il “vero Israele” in molti più popoli di una cerchia ristretta. Anche nella Chiesa, si può rimanere coinvolti nella ricerca della “purezza“, di una “elezione” come privilegio su altri, considerati meno degni. Molti cristiani guardano anche indietro a un tempo nella Chiesa considerato “migliore“, lamentandosi di una presunta “purezza perduta”. Fanno cordoglio per quello che hanno perso dalla società che cambia. Si lamentano che “la chiesa non sia più quella di una volta”. Altri si guardano intorno alla cultura diventata aliena, sentendosi in “cattività” e resistono a radicarsi in una società diversa dalla passata, dove il cristianesimo aveva il vantaggio di “giocare in casa”. Si rifiutano di cambiare con gli eventi e rimangono come la moglie di Lot, imprigionati dal passato. Così, come l’anziano seduto al porto, in attesa della sua nave, gli occhi sono concentrati sul passato da perdere le opportunità presenti. Nel tempo che l’anziano trascorre attendendo, avrebbe potuto costruirsi la sua di nave. Nel tempo che noi cristiani passiamo a rimpiangerci addosso, potremmo piantare un’intera vigna di Dio. A volte, siamo così presi dall’attesa del futuro, da trascurare la bellezza dell’oggi. A volte, siamo così presi dal lamento del passato, che ignoriamo la missione del Signore e non diventiamo i discepoli che desidera. È tempo di smettere di temere il prossimo o di percepirlo per la differenza che rappresenta. Il Signore chiama la Chiesa a “mettere radici” dove si trova. Ci chiama a crescere le nostre comunità e così facendo, anche noi cresceremo. La Chiesa non prospera per le sue forze ma come dice il Signore: “Non per potenza, non con la forza, ma per lo Spirito“. Non dobbiamo cercare una purezza religiosa ma la fedeltà al messaggio liberatorio del Signore.

No! Il Signore non ci ha dimenticato. Noi abbiamo dimenticato Dio e la sua “chiamata” a cercare il bene di tutti, ad amarlo, dove siamo e nel tempo dato. Abbiamo dimenticato la fiducia nella potenza di Dio per crescere la Chiesa di Cristo, di pregare per le nostre comunità affinché il Signore ci aiuti nella nostra volontà di benedire gli altri. Non c’è più la fiducia nel Cristo vivente, che ci ha mandato a praticare la sua misericordia, in ogni condizione, preoccupazioni o situazione. Non permettiamo più che lo Spirito Santo sia la nostra guida e non rediamo più in Gesù che dei nostri pensieri, progetti e opinioni. Dimentichiamo che non siamo noi a determinare la nostra missione nel mondo ma è il Signore che traccia il percorso nel quale camminarci dentro. Dimentichiamo che tutti i figli e figlie di Dio che non ci assomigliano, che non parlano come noi, che non si vestono come noi o vanno in Chiesa da noi, appartengono al regno di Dio e che sono gli amati di Dio. Abbiamo dimenticato che anche il passato aveva i suoi problemi, i suoi grattacapi e i suoi dilemmi, e abbiamo lasciato che la nostra paura del futuro e la venerazione del passato ci paralizzassero nel presente. Abbiamo dimenticato che non è compito di una cultura allinearsi con la Chiesa, ma è compito della Chiesa accompagnare il popolo fra cui vive. Perché da questa missione e obiettivo dipende il nostro bene. Nessuno escluso.

Il Signore ci chiama a una meta e a una missione nelle nostre comunità nel 2021. Il Signore non ci dimentica. Vivi però da rialzare ogni spirito nelle nostre comunità affinché possa conoscere la potenza e la promessa di Gesù. Vivi il coraggio di praticare la misericordia divina. Pregate il Signore perché ci dia la forza di sopportare il cambiamento, di superare la paura dell’ignoto, di poter sguazzare nel disagio che serve a cose. Pregate che questa Chiesa non sia un fossile del passato, ma la “capsula di Petri” divina, per coltivare colonie, non di batteri, ma di qualcosa nuova e inaspettata, a solcare nuove acque, a navigare nuovi mari. Chiesa, non stare seduta ad aspettare l’arrivo della nave. Inizia oggi a costruire la tua barca. Una nave scuola. Una nave del Vangelo per l’avventura della vita! Dio non ci dimentica ma ci chiama per un tempo difficile proprio come questo. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa