Enio: Vorrei ringraziare personalmente tutto il personale infermieristico

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Da qualche anno, Il Bernina, durante le festività natalizie, propone ai lettori una speciale rubrica alla ricerca di personalità, associazioni o eventi che, nel corso dell’anno, si sono distinti in positivo. Per questi 12 mesi, vista la situazione straordinaria, abbiamo voluto premiare le donne e gli uomini che, in prima linea, stanno fronteggiando la pandemia di Covid-19. Un gesto simbolico per dire grazie a tutte quelle persone impegnate nell’emergenza sanitaria. (Marco Travaglia)

Enio Rizzi, classe 1958, dottore in otorinolaringoiatra, specializzato in chirurgia cervico-facciale, da quasi 4 anni è in forza all’Ospedale San Sisto di Poschiavo. Con un bagaglio di 12 anni di esperienza di pronto soccorso in Italia (20 di sala operatoria), Enio, al momento unico a svolgere il ruolo di medico ospedaliero al CSVP, gestisce l’emergenza Coronavirus in prima linea.

Enio, com’è cambiato il suo lavoro durante la pandemia?

Diciamo che, soprattutto, l’attenzione nel porsi rispetto ai pazienti è cambiata: bisogna usare tutti i dispositivi di protezione a disposizione e sperare che vada sempre tutto bene. Anche perché, facendo gli scongiuri, dovessi contrarre il Covid-19 io, il ruolo che ricopro al CSVP rimarrebbe scoperto, essendo attualmente l’unico medico ospedaliero presente. Fortunatamente il numero di pazienti non è aumentato in maniera significativa: più o meno sono gli stessi che avevamo prima della pandemia. Il problema è che molti sono più impegnativi da curare, visto che chi ha contratto il coronavirus ed ha poli-patologie (spesso gli anziani) ha molte più complicazioni rispetto ai normali pazienti.

Come sta vivendo a livello personale e familiare questa situazione?

Direi che la sto vivendo piuttosto bene: ho alle spalle anni e anni di situazioni di questo tipo, avendo scelto la professione medica. Nella mia vita ho affrontato, come medico, dall’HIV all’epatite; se avessi vissuto male il confronto con questo tipo di patologie avrei sbagliato lavoro e filosofia di vita. Questo ovviamente non vuol dire che io stia prendendo il Covid-19 sottogamba, anzi, il mio viverla in modo sereno nasce anche dallo scrupolo impiegato per adottare tutte le misure protettive possibili. Anche la mia famiglia, forse vedendo come la prendo io, soffre un po’ la reclusione forzata, ma la vive nel giusto modo.

Quali sono le sue aspettative per il futuro sia in ambito lavorativo che per quanto riguarda l’evoluzione della malattia?

Tutto dipende da quanto funzionerà il vaccino. Del Covid-19 hanno detto tutto e il contrario di tutto: ora le speranze e le aspettative globali sono focalizzate su questo. Ma, mettiamo il caso, come tutti ci auguriamo, che funzioni: il livello di immunità al virus sarà di lunga durata o di solo qualche mese? Comunque vada otterremo sempre una bella vittoria se funziona, visto che impedendo il contagio da persona a persona, eliminando il fattore di trasmissione diretta, ridurremmo in modo significativo il numero dei positivi.

Scongiurata quindi l’ipotesi di una terza ondata?

Se avessi la risposta a questa domanda sarei più un indovino che un dottore. A parte gli scherzi, questo è quello che tutti ci auguriamo, ma nella malaugurata ipotesi che la terza ondata dovesse verificarsi, avremo dalla nostra l’arma del vaccino che fin ora era mancata.
Credo molto anche nell’adattabilità umana: a prescindere da tutto e da tutti, l’uomo nella sua storia è riuscito a difendersi da tante malattie e sopravvivere. Per fare un esempio non occorre andare tanto lontano: mia madre, 97enne, ha affrontato la famigerata Spagnola e vive ancora oggi.

Un consiglio medico, oltre a seguire tutte le restrizioni, per superare questa pandemia?

A livello globale credo che attualmente il problema più grande, con tante persone limitate nei movimenti e confrontate al panico generalizzato che i mass media stanno vendendo, sia la depressione dilagante. Stando a quanto dicono diversi virologi: più ci si agita e si sprecano energie nervose su questo, più le difese immunitarie si indeboliscono favorendo le possibilità di contagio. Vivere così male questa situazione non fa bene a nessuno, quindi il mio consiglio è quello di cercare di prenderla per quanto possibile più serenamente. Da italiano noto che in Svizzera la vivono molto meglio, sicuramente c’è meno pressione mediatica.

Come vede le differenze tra sanità italiana e svizzera in questo frangente? 

Se devo essere sincero non c’è paragone: la Svizzera vince su tutti i fronti. Senza entrare troppo nel dettaglio, dicendo che i medici di base elvetici effettuano direttamente i tamponi, ho detto tutto.
Al di là di questo, Italia o Svizzera che sia, penso che il mestiere del medico è un’assunzione di rischio volontaria alle malattie trasmissibili, non solo il Covid-19. Se non fossi venuto a patti con questo già prima di iniziare ad esercitare la professione avrei fatto meglio a fare altro. Quello che mi differenzia da tanti altri lavoratori esposti a ogni sorta di rischio è che io questo rischio l’ho scelto. Non tutti hanno questa possibilità di scelta e devono assumersi rischi solo per sbarcare il lunario: questo mi fa sentire privilegiato in quello che faccio, ogni giorno.

Vuole ringraziare qualcuno in particolare?

Sì, vorrei ringraziare personalmente tutto il personale infermieristico per il grande sforzo che stanno compiendo. Che siano sempre il vero pilastro dell’ospedale è risaputo, ma ancor più in particolare in questo periodo di pandemia stanno dimostrando quanto siano fondamentali per tutto il CSVP. Grazie alle attenzioni e alla cura al paziente messe in campo da queste persone speciali, i degenti riescono a vivere in maniera meno dura questa fase di isolamento, nella quale non possono vedere fisicamente i propri cari e hanno forte bisogno anche di calore umano.


A cura di Ivan Falcinella

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