La cultura che verrà

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Il 2020 è volto al termine, un anno tormentoso sotto diversi punti di vista e che ci ha messo alla prova nei contesti sociali, culturali ed economici. Con il nuovo anno riproponiamo, su iniziativa del presidente de “Il Bernina” Bruno Raselli, una serie di editoriali scritti da persone vicine al nostro giornale. Persone che abitano la Valposchiavo, la vivono o che la conoscono da molto tempo. I temi trattati sono di libera scelta: pensieri sull’anno nuovo che non potranno prescindere dalla pandemia e dalle ripercussioni che avrà nel prossimo futuro. (Marco Travaglia)

Scrivere un editoriale di inizio anno, la prima volta, è abbastanza facile, ripetersi senza cadere nei soliti cliché è cosa ardua. Ancora più difficile trovare temi rincuoranti, dopo un anno malato come è stato il 2020. Sarà l’anno della convalescenza il 2021?

Vorrei allora dedicare questo editoriale alla cultura, alla tenacia e alla fragilità della cultura in tempi così duri. Tra i tanti problemi pratici e quotidiani che questa pandemia ha presentato, per qualcuno sembrerà non prioritario volersi occupare e preoccupare di cultura. Ma come possiamo pensare di guarire senza cultura? Rimane, insieme alla fede per chi ce l’ha, l’unica vera medicina spirituale per rinascere e ritrovare leggerezza.

Quante volte l’arte ha dato voce a tematiche o conflitti che altra voce non avevano se non quella delle armi o della violenza.
Riccardo Muti, chiamato quest’anno a dirigere il concerto di Capodanno a Vienna, di fronte a una platea vuota, ma bucando lo schermo televisivo, ha detto che i musicisti hanno fiori nelle loro armi! Si è poi rivolto ai politici, ai ministri, ai governanti, ricordando che la musica è una missione, che la cultura deve essere e rimanere prioritaria per rendere migliore una società. Parole sante, dette da un uomo di 80 anni che con gesti morbidi e decisi, e minimi e immensi, ha guidato un’orchestra come se tutti i musicisti insieme avessero un solo respiro. E nel fasto ammutolito di una vuota, meravigliosa sala barocca, la musica è arrivata, ha accarezzato tutte le sedie di velluto rosso, ha sfiorato le balaustre dorate, ha giocato con i mille riflessi degli enormi lampadari di cristallo, ha raggiunto milioni di persone virtualmente collegate e ha sorriso, portando il suo messaggio salvifico.
Ma provate per un attimo ad immedesimarvi in quei musicisti davanti ad una platea vuota e a riflettere su quel grazie mancato (anche se ricuperato con un collegamento online che ha permesso agli applausi di raggiungere l’orchestra).

Partecipare è un gran verbo, è un invito a prendere parte, a diventare attivi dimostrando riconoscenza verso chi ci propone cultura. E’ mancato non poter andare al cinema, a teatro, ad un concerto, a una conferenza. Si è anche capito quanto il gesto di partecipare come spettatore sia fondamentale per chi fa l’artista. Senza pubblico l’arte muore, perde la sua funzione. Ognuno di noi, in qualità di spettatore, può considerarsi partner indispensabile per ogni manifestazione culturale. Siamo il mezzo di trasporto per far viaggiare la cultura, ne siamo la cassa di risonanza. Senza pubblico l’evento perde il suo significato. Per questo è tanto importante partecipare.
Forse dovrebbero insegnarla a scuola l’arte di partecipare. Ricordo ancora le mia prima volta ad una serata culturale: ero adolescente e un docente a scuola ci aveva proposto quella serata: un evento letterario. Anche un po’ noioso a dire il vero, ma mi aveva lasciato un senso di adultità. Ero lì perché lo avevo voluto, non era scuola obbligatoria, partecipavo con una sensazione nuova e piacevole di esserne davvero parte.

Allora è questo il mio augurio per il 2021: aiutiamo a sostenere la cultura semplicemente partecipando. Sarà anche terapeutico se questo davvero dovrà essere un anno in convalescenza.


Serena Bonetti