La pandemia, la paura e la speranza

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Il 2020 è volto al termine, un anno tormentoso sotto diversi punti di vista e che ci ha messo alla prova in vari contesti. Con il nuovo anno riproponiamo, su iniziativa del presidente de “Il Bernina” Bruno Raselli, una serie di editoriali scritti da persone vicine al nostro giornale. Persone che abitano la Valposchiavo, la vivono o che la conoscono da molto tempo. I temi trattati sono di libera scelta: pensieri sull’anno nuovo che non potranno prescindere dalla pandemia e dalle ripercussioni che avrà nel prossimo futuro. (Marco Travaglia)

Se all’inizio del 2020 mi avessero detto che per mesi e mesi non avrei raggiunto le amate montagne avrei dubitato di averne la forza; e invece ho trovato le motivazioni necessarie per vivere lontano da vette, giacchiai e neve, non senza sofferenza, ma con il pensiero e gli occhi della fantasia sempre pronti a scrutare l’orizzonte per immaginare ciò che è parte di me. Un anno complesso per tutti, vissuto tra divieti, attenzioni (talvolta maniacali) e tanto studio. L’eccezionalità del momento impone uno sforzo in più per capire e aggiornare le proprie competenze; mai come in questi mesi ho vissuto l’urgenza di rispolverare concetti acquisiti in gioventù per analizzare criticamente il diluvio di informazioni e dati che ha investito le giornate.

Impossibile dimenticare l’impotenza di fronte alle prime restrizioni sostanziali delle libertà individuali, imposizioni inaudite (e inconcepibili) in un Paese occidentale non dichiaratamente dittatoriale; negli occhi e nella mente ho scolpite le scene di quel sabato di marzo quando l’Italia si chiuse e a Milano ci fu la corsa agli ultimi treni. Scene dolorose, a cui presto se ne sarebbero aggiunte altre ancor più drammatiche. Una strana miscela di paura, inquietudine, sconcerto e rabbia ha tenuto alta la tensione nelle prime settimane; lavoro e vita stravolte, nuovi gesti da imparare e nuove consuetudini da acquisire; poi come sempre accade il tempo ha reso familiare anche l’impensabile. Ed è cominciato il momento della riflessione, che accompagnerà anche il nuovo anno.

Quando questa pandemia sarà alle spalle, non si potrà non fermarsi a riflettere per chiedersi se la vita biologica assurta a valore assoluto sia davvero il Valore nel cui nome sacrificare buona parte dei valori che hanno animato gli ultimi secoli. Ogni Paese ha messo in atto strategie diverse, plasmate sulla cultura prevalente e sul comune sentire dei popoli. In Italia, almeno nella prima fase, non c’è stata esitazione alcuna a rinunciare alle libertà individuali pur di mettere al sicuro le generazioni più fragili; uno slancio di generosità o una scelta dettata dalla paura? Non so rispondere. So però che l’esempio di equilibrio e realismo è arrivato proprio dagli “over” che, ricchi di esperienze e consapevolezza, coscienti della tragicità della vita, hanno dato prova di resilienza, dando un senso trascendente a una vita improvvisamente depauperata di tutto ciò che trasforma la mera esistenza biologica in Vita. Il 2020 ha trasformato la salute in un dogma, sostituendo la salvezza; vivere umanamente equivale a vivere e basta?

Mi aspetto che il 2021, forse un po’ più rilassato grazie ai vaccini, riporti al centro del dibattito la vita nella sua complessità, bene infinitamente prezioso ma inscindibile da altri valori per cui intere generazioni, nei secoli passati, hanno scelto di sacrificare la propria esistenza. Alexandra Laiguel Lavastine, filosofa francese contemporanea, ha scritto di recente: “Se la vita è tutto, allora non è più niente: essa sprofonda nell’insignificanza e si consegna, mani e piedi legati, all’impero della paura che ha preso sui corpi”.


Chiara Maria Battistoni

1 COMMENTO

  1. Anche se non sempre mi sono trovato in linea con i tuoi precedenti contributi a sfondo tecnologico, mi sento qui di condividere in toto questo tuo pensiero dubitativo su quanto sta accadendo dallo scoppio della pandemia. Chi sa leggere fra le righe capisce che una simile riflessione non può provenire da strampalate quanto improbabili teorie cosiddette negazioniste o complottiste. Anzi, dando una scorsa veloce al profilo della filosofa che citi sul finire dell’articolo, si intuisce come la critica su come stiamo gestendo questa crisi sanitaria giunga da una persona che ha approfondito il tema dei totalitarismi del Novecento e quindi è cosciente anche delle nefaste conseguenze del fenomeno propriamente definito come negazionismo. Aggiungo che sarà buona cosa vigilare e rimanere critici rispetto a una modalità di cura della salute concentrata principalmente sul mantenimento della vita biologica e meno su altri fattori di convivenza e di ecosistema. Detto ciò non posso non pensare ad un’analogia con l’onnipresenza delle nuove tecnologie, che dietro discutibili promesse di sostenibilità ambientale puntano quasi esclusivamente a un modello efficientista, ignorando incomprensibilmente il fattore umano.