Le api stanno bene in Valposchiavo, ma il loro futuro è incerto

2
2180
Franco Compagnoni a La Rösa

Qualche settimana fa, il Corriere del Ticino lanciava, attraverso le sue pagine, l’allarme di una possibile perdita del 50% delle colonie di api rispetto all’anno precedente, in tutta Svizzera nonché in tutta Europa. Effettivamente, consultando anche i dati trovati su Internet, le notizie non sono confortanti: per esempio, anche l’Università di Berna dichiara che la moria di api diffusa in Europa è un problema grave e in aumento di anno in anno. I dati disponibili dimostrano un aumento dal 10% al 40% nelle morti invernali delle api e un numero in forte crescita anche nel periodo primavera/estate.

Ma qual è la situazione in Valposchiavo? Il Bernina ha fatto il punto con Franco Compagnoni, presidente della Società Apicoltori Poschiavo-Brusio (SAPB) e consulente apistico.
Gli apicoltori attivi in Valposchiavo sono una settantina, compresi alcuni che non sono soci della SAPB. Sono tutti hobbisti, però alcuni (tre o quattro) possiedono più di 60 arnie.
I soci della SAPB hanno complessivamente 552 popoli, i non soci 138, per un totale di 690 popoli di api. Questo numero varia, anche se generalmente di poco, di anno in anno. La razza “carnica” va per la maggiore (circa il 70%); il resto delle api è di razza “ibrida”.

pixabay

Insieme al figlio (neo ispettore delle api), Franco Compagnoni si occupa di una trentina di Arnie Svizzere e Dadant (tipologia di arnia razionale), inoltre gestisce personalmente un apiario a scopo didattico a Madreda. Grazie anche alla sua passione per le api, che lo ha portato a organizzare negli anni dei corsi in Valposchiavo, il numero di appassionati in Valle è cresciuto, soprattutto per quanto riguarda l’universo femminile.

“Non posso ancora dire se quest’anno da noi la moria di api sarà elevata o meno, – ci spiega il presidente dalla SABP – i test primaverili, causa il freddo dell’ultimo periodo (che non consente ancora l’apertura delle arnie), sono in attesa di essere effettuati. Dai primi controlli preliminari però la situazione sembra molto positiva, la perdita non dovrebbe superare il 10%, questo, visti anche i numeri degli scorsi anni, è un’ottima cosa”.

Una delle cause principali della morte delle api, diffusasi per la prima volta in Europa nel 1970, è l’acaro Varroa (Varroa destructor), causa di una delle infestazioni più gravi a danno dell’Apis mellifera (ape comune). “La Valposchiavo è anche interessata dalla presenza della Varroa, – ci informa Franco Compagnoni – ma se ogni apicoltore segue scrupolosamente le direttive emanate dal Cantone GR si riesce a contenere l’infestazione di questo acaro, molto indesiderato e insidioso”.

Altre cause di morte dell’insetto appartenente alla famiglia degli imenotteri sono la peste europea e quella americana. Queste malattie batteriche, che colpiscono la covata delle api (stadio larvale) attraverso bacilli, sono fra le calamità più gravi in apicoltura. Infatti, una volta accertata la presenza di questa patologia in un’arnia non c’è più molto da fare per salvarla e inoltre è necessario mettere in quarantena tutte le coltivazioni di api nel raggio di 2 km fino a che un ispettore non si reca sul luogo e stabilisce che non c’è più pericolo di contagio. In un territorio come quello della Valposchiavo, dove la concentrazione di popoli è molto frastagliata su un territorio relativamente piccolo, questa malattia così contagiosa è il nemico numero uno degli apicoltori.

Per quanto riguarda l’uso dei pesticidi, altra calamità che contribuisce in maniera forte allo spopolamento delle colonie, per fortuna la Valposchiavo è toccata solo marginalmente e in maniera non grave, esclusivamente nella parte bassa del comune di Brusio, dove ci sono alcuni frutteti. La situazione per i popoli di api nel resto del territorio è invece privilegiata, grazie alla coltivazione biologica e a quella di erbe aromatiche.

“In Valposchiavo il numero di apicoltori è in costante aumento, – conclude Compagnoni – nessuno ha smesso a causa della perdita di colonie di api, anzi attualmente abbiamo in Valle una concentrazione direi fin troppo elevata di apiari. La pandemia di Covid-19 non ha avuto influssi negativi sul nostro lavoro, anzi, siamo addirittura stati privilegiati nel poter curare i nostri meravigliosi insetti”.

A conclusione dell’intervista poniamo una domanda sul futuro dell’apicoltura in genere. Il presidente SABP risponde che non è facile pronosticare il futuro dell’apicoltura: l’infestazione della Varroa, i cambiamenti climatici, l’eventuale comparsa del piccolo coleottero delle api (Aetina Thumida, presente nel Sud Italia) e della vespa vellutina potrebbero veramente mettere a repentaglio il futuro dell’amata disciplina.


Ivan Falcinella

2 COMMENTI