Questa domanda la pongono gli iniziativisti al popolo grigionese con l’iniziativa “Per una caccia rispettosa della natura ed etica”, per la quale siamo chiamati a votare il 13 giugno prossimo.
Con tale richiesta, chi la propone intende, tra l’altro, proibire ai genitori di farsi accompagnare dai propri figli a caccia, ed è su questo punto che mi vorrei soffermare. Loro perseguono lo stesso scopo come chi in primavera, dopo la semina nell’orto, corre a strappare subito le erbacce che cominciano a germogliare assieme all’insalata, le carote, le cipolle e così via. Se strappate subito con rigore, le erbacce saranno estinte. Lo stesso ragionamento gli iniziativisti lo fanno con il divieto per i cacciatori di portare a caccia i propri figli; se applicata rigorosamente, anche questa regola creerà difficoltà a coltivare la passione per la caccia tra le giovani leve e contribuirà ad un indebolimento della caccia stessa. Il fine ultimo di questi animalisti estremi è quello di minare una tradizione ampiamente diffusa fra i popoli delle alpi, che da sempre vivono e condividono il territorio con la fauna ivi esistente.
I miei figli praticano lo sci e lo scialpinismo, perché li ho portati in pista, rispettivamente in montagna con gli sci e le pelli sin da quando erano bambini. Oggi, gli stessi, grazie al mio interesse, praticano la caccia poiché hanno avuto la possibilità durante la loro gioventù, di avvicinarsi all’interno di giornate di osservazione della selvaggina, pulizia delle zone di pascolo e conoscenza del territorio. Nel frattempo hanno formato le loro famiglie, appreso una professione, costruito una casa, e godono di tutti i diritti civili e del rispetto nella società in cui viviamo. Quale padre e nonno ne sono fiero, cosciente di non aver sbagliato, né nel modo di educarli, né di aver dato loro la possibilità di poter imparare a conoscere l’arte venatoria da vicino. Oltre ad abili cacciatori difatti, sono diventati anche bravi cuochi e sanno sfruttare fino all’ultimo grammo una risorsa a chilometro zero che viene dalle nostre montagne, cioè la carne di qualsiasi specie di selvaggina. A loro volta, ora che hanno famiglia, non ritengono necessario raccontare ai propri figli che il latte e la carne che si ritrovano nel piatto provengono dal supermercato, ma condividono con loro pure l’ambiente in cui viviamo per far capire che dietro a ciò che mangiamo c’è il lavoro di tante persone che allevano i propri animali e coltivano i propri terreni. O che vanno a caccia nei nostri boschi e sulle nostre montagne.
In tali momenti di convivialità tre generazioni passano intere giornate unendosi nella preparazione del cibo, a gustare le prelibatezze, rievocando momenti passati in compagnia nei nostri boschi e sulle nostre montagne. Non mi sembra affatto che tale comportamento sia contro la natura e/o poco etico, ma al contrario rafforza i legami fra le famiglie, l’amore fra genitori e figli e nonni ed abbiatici.
Credo senza ombra di dubbio che l’unica risposta a questa sbilenca iniziativa, “Per una caccia rispettosa della natura ed etica”, tramite la quale degli animalisti estremi vogliono imporre a dei liberi cittadini come impostare il proprio stile di vita, sia un chiaro NO!
Erno Cortesi, padre e nonno