L’ispirazione è ovunque, anche in un dettaglio del tuo giardino

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Avere uno spazio espositivo nel cuore di Poschiavo, proprio sulla Piazza, è una grande fortuna. È questo il caso della Galleria Pgi, che da molti anni propone interessanti mostre nel cuore del borgo. Quella che ho avuto la fortuna di visitare pochi giorni fa, “Racconti in rilievo”, di Kiki Paganini, mi ha molto colpito, per la particolare tecnica usata (pittura scultorea) e per il modo di affrontare le tematiche.
Invece però di affrontarla dal punto di vista della critica d’arte, compito che lascio volentieri ad Arianna Nussio, ho intervistato l’artista. Una conversazione piacevole e cordiale, che prima ancora di avermi dato delle risposte mi ha arricchito e fatto conoscere qualcosa del mondo interiore di Paganini. Non lo conoscevo, ma subito mi ha invitato a darci del tu, il che ha creato un clima familiare nel discorso.

Bentornato a Poschiavo! Sono almeno vent’anni che manchi dalla Valle con una mostra, come mai questa attesa?
Mah, forse sono pure più di vent’anni, anche se in Valposchiavo io ci sono sempre, anche con le mie sculture. L’installazione al Viadotto – per la quale devo ringraziare la comunità protestante di Brusio che mi ha lasciato il terreno – è una specie di mostra permanente. Mi hanno detto in tanti che quando uno viaggia in treno e le guarda sembra quasi che le sculture di muovono.

Veniamo alla mostra: rispetto alla modalità usata fino a oggi, quella della scultura, c’è un’evoluzione tecnica, giusto?
La pietra è una cosa, questa tecnica è decisamente un’altra. Diciamo che alcune tecniche e situazioni anche personali mi hanno allontanato dalla pietra. Su quella avevo sviluppato un certo stile. Ma non sono il tipo che si ferma, non voglio essere né ingabbiato né stereotipato. Ho scelto una cosa nuovissima, quella di produrre un altorilievo su tavola. È piuttosto difficile, a dire il vero, perché normalmente il gesso su legno non tiene molto, i materiali sono differenti. Però ho studiato e provato delle soluzioni tecniche fino a che ci sono riuscito, e ora sembra tenere.

Vorrei farti delle domande su alcune delle opere che più mi hanno colpito della mostra… A cominciare dalla prima: “Le lunghe dita dell’artista sospeso”. Da dove viene questa allusione al mondo della recitazione? Come mai questo volto mancante?
Mah, cominciamo a dire che il volto mancante è una caratteristica di tutta la mostra. Se lo faccio, invece, è un tema sé stante. Le persone non vanno pesate sulla propria fisionomia, quella restituita dal corpo, ma valgono in quanto persona, essere umano, il che va al di là dell’aspetto e delle espressioni.
Per quest’opera in particolare, diciamo che il surrealismo (una cifra di tutta la mostra) è qui particolarmente evidente. Eppure, scene come queste a volte scaturiscono da una vita vissuta. Sono appassionato di teatro, anche io ne facevo: dietro le quinte succedono molte cose nel mondo del teatro. Questa danzatrice manovrata come un burattino, con il vestito che si sfila a poco a poco beh… Lascia un messaggio abbastanza chiaro. Se poi ci fai caso, la danzatrice ha i piedi inchiodati, il massimo del controsenso, se ci pensiamo, no? E poi c’è il paesaggio, mediterraneo, come se fosse uno sfondo più temporale, “classico” che nemmeno geografico. Sono nato tra i monti ma a me il mare, la luce del Sud piacciono moltissimo.

Cambiando radicalmente tipo, volevo chiederti qualcosa sul quadro “Speranza per il Lago d’Aral”. In contrasto con il titolo, qui c’è davvero molta desolazione. Esiste davvero questa speranza? Nel quadro e nella realtà?
È vero, il Lago d’Aral è un luogo che mi affascina da sempre, sul quale mi informo continuamente. Una volta era un mare interno e ora dalle foto satellite è ridotto a due specchi d’acqua molto più piccoli e separati… Ora stanno provando a far rifluire all’interno le acque di due fiumi per salvarlo.
Allora, in effetti si riconosce all’interno del quadro un tema, quasi una sequenza: distruzione – politica – guerra. A dire la verità, se guardiamo lo scheletro del pesce a destra in rilievo con la goccia d’acqua, come hai fatto tu, sembra che di speranza non ce ne sia più. Però invece sulla sinistra c’è un vaso con una piantina… Viva! Chissà che non possa crescere! Io cerco sempre di trovare motivi di speranza.
Anche qui, poi a volte l’ispirazione ha più livelli, non viene solo da un’idea ma da immagini che incontro davvero nei miei giri quotidiani, in giardino e anche nei dintorni di casa. Al contrario di altri artisti, non credo che si debba andare per forza lontano, ma che si debba osservare con attenzione i dettagli e le piccole cose che vediamo attorno a noi.

Parlavi del surrealismo, ma c’è anche molto classicismo, per esempio, nel corpo dell’orticoltore e le patate d’oro.
Sì, è vero, mi piacciono i corpi classici, i modelli greci come Fidia, Prassitele… Diciamo che qui c’è un classicismo della figura che è inserito in un surrealismo del contesto. È forte e luminosa la visione di queste patate, d’oro, preziose, ancora più evidenti per il rilievo… E però costa fatica, il lavoratore suda gocce di sangue. Per me anche alcuni di questi lavori, come il fare l’orto o coltivare le patate, hanno un gande valore… Anche io fino a poco fa lo facevo.

A proposito di piccoli lavori, questo vale anche per il quadro “Lavorare a maglia con testa”?
Esatto! Quello è assolutamente il mio quadro preferito! Ma è normale no? Spesso il preferito è quello che fai pe ultimo, perché è un percorso dentro di te che si compie, un itinerario espressivo. Sono dei lavori che quasi scompaiono, se non come una rievocazione del passato e che facevano invece parte della quotidianità. Si fanno con le mani, ma anche con il cervello appunto. La donna, in questo quadro, è soprattutto all’interno del cervello, che produce il filo che si intesse… E ci sono dei dettagli che hanno un valore particolare, per esempio il fatto che queste mani lavorano la maglia all’italiana, sulla destra, e non è affatto un caso!

Non posso lasciarti andare prima di chiederti dei bigliettini. Sai che mi sarei fermato ore a guardarli uno ad uno? Comprese le bustine!
Una volta ho mostrato quei bigliettini a un caro amico purtroppo da poco scomparso, Bruno Ciapponi Landi. Mi ha detto che dovevo fare una mostra solo con quelli. Ma non volevo fare una mostra solo sui bigliettini, mi sembrava difficile. Allora anche come omaggio a lui li ho inseriti e li ho messi lì. Che tu ci creda o no, si è trattato del lavoro più impegnativo dell’allestimento. Per essere concreti, possiamo dire che ogni bigliettino è un’idea. C’è di tutto… Ne ho a centinaia! Quando mi viene un’idea, la fisso su un bigliettino quello che mi viene sottomano. Sì, hai ragione, ci sono tante bustine anche di tisana al tarassaco (ma mi piace anche bere il vino, eh!).

Questa parte del lavoro è indispensabile perché con questa tecnica non si può lavorare di getto. La presenza del rilievo fa sì che il pennello rischi di andargli a sbattere contro. Il gesto deve essere controllato. Ecco perché, nel procedere delle opere, ho cominciato anche a usare la spatola o la tecnica punteggiata.
Tornando ai bigliettini, non sono tutti uguali, ma sono come un materiale costruttorio.

Una grande riserva di idee, che sembrano non mancarti.
Per fortuna è proprio così, di idee ne ho davvero tante, più di quelle che probabilmente potranno mai concretizzarsi in un’opera. Guai se mancassero le idee…

Finita l’intervista, molti restano gli spunti da approfondire e i quadri di cui parlare… Ma per scoprirli non c’è nulla di meglio che visitare la mostra.


Maurizio Zucchi

Membro della redazione