Che cos’è la speranza?

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Romani 12, 9-21
Sermone del 21 novembre 2021

I culti domenicali vengono registrati e si possono riascoltare al seguente nuovo indirizzo:

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Che cos’è la speranza? È sogno, desiderio, attesa, fantasia, utopia, illusione? È il ricordo di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato? In altre parole, una sorta di nostalgia? Oppure è il pregustare ciò che sarà? In altre parole, la visione che diventa progetto?

Tre indicazioni in risposta a questa domanda. La prima: sicuro è innanzitutto che per sperare occorre credere. Senza fede la speranza non è altro che fantasia incerta. La fede e la speranza sono gemelle.

La seconda: la speranza è l’attesa di qualcosa di meglio. Speranza è attesa del meglio, non necessariamente del perfetto, ma certamente del meglio. Speranza vuol dire credere che il meglio è possibile, che il disordine del mondo non è fatale, che tutto può cambiare e trasformarsi. Anche il cuore dell’essere umano.

La terza: l’essere umano che spera è il contrario del fatalista, e sappiamo che il mondo è pieno di fatalisti; è il contrario dello sfiduciato, e sappiamo che il mondo è pieno di persone che hanno perso la fiducia; è anche il contrario del cinico, e purtroppo constatiamo ogni giorno che il mondo conta molti cinici.

Ma perché sperare? Siamo abbastanza lucidi da renderci conto che la speranza, nel nostro mondo in disordine, non va da sé. Si potrebbe benissimo essere disperati, delusi, rassegnati. Le ragioni non mancherebbero. La storia umana, e forse anche la nostra, potrebbe essere descritta anche come un cimitero delle speranze deluse, appassite, tradite, o morte. Nella storia umana, come nella nostra piccola vicenda personale, ci sono probabilmente più speranze deluse che speranze realizzate.

Perché sperare? Ci sono persone che sono giunte al punto di proibirsi la speranza ritenendola una droga pericolosa. Molti sono ormai convinti che sperare sia un inganno e perciò sostengono che non bisogna sperare, ma calcolare.

Qual è la differenza tra speranza e calcolo? Sperare è vedere il presente alla luce del futuro; calcolare è vedere il futuro alla luce del presente. In altre parole: sperare significa credere che l’oggi non è completamente buio perché il domani può portare una schiarita [“S’oggi seren non è, diman seren sarà, se non sarà seren, si rasserenerà”, recita un detto sulla facciata di una casa a La Rösa]; calcolare significa invece ritenere che se l’oggi è buio, anche il domani sarà buio.

Come stanno le cose nella nostra vita? Siamo uomini e donne della speranza, o del calcolo? Non accettiamo di sostituire la speranza con il calcolo. Malgrado le sconfitte? Sì, malgrado le sconfitte. Malgrado le delusioni? Sì, malgrado le delusioni. Rimaniamo testardi nella speranza. E perché è possibile rimanere testardi?

Il pastore evangelico Dietrich Bonhoeffer – che negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso si è opposto al nazismo, ha partecipato alla congiura per uccidere Hitler e per questo ha pagato con la vita, impiccato nel campo di Flossenbürg -, ha detto: “Se la terra è stata degna, un giorno di portare un uomo come Gesù”, allora abbiamo il diritto, più ancora, siamo liberi, di sperare. Se Gesù è stato possibile, allora cosa non sarebbe possibile? Se l’uomo Gesù è stato possibile, perché non sperare che anche noi, donne e uomini, possiamo essere simili a lui? Se Gesù non è un sogno, può diventare la nostra speranza, la sua umanità può diventare la nostra umanità. Per questo, là dove Gesù è presente, là c’è speranza, anche oggi.

Sperare in che cosa? Gesù – dobbiamo fare riferimento a lui perché è lui la speranza – non ha sperato in se stesso, né nei suoi discepoli, né nel suo popolo, né nelle autorità, né nel destino. Gesù ha sperato in Dio.

Facciamo appello alla nostra coscienza, ma speriamo in Dio. Facciamo appello alle istituzioni, ma speriamo in Dio. Facciamo appello alle chiese, ma speriamo in Dio. Facciamo appello alla storia, a certi progressi, a certi miglioramenti della morale umana collettiva, a certe conquiste giuridiche e politiche, ma speriamo in Dio. Facciamo appello all’uomo, ma speriamo in Dio che ci ha creati e che solo può renderci umani. Poniamo la nostra speranza in Dio, come ha fatto Gesù.

Che cosa sperare? Bisogna sperare quello che anche Gesù ha sperato. E cioè il regno di Dio. In altre parole, il regno della libertà, se sei prigioniero; il regno del perdono, se sei colpevole; il regno della grazia, se sei condannato. Sperare vuol dire allora darsi la mano, condividere, portare insieme i pesi e le fatiche; vuol dire che la tua speranza nutre la mia, la mia speranza nutre la tua e la speranza di Gesù, la speranza del Regno, nutre la speranza di tutti. Una speranza non augurata, non solo proclamata, ma fatta propria, vissuta e, appunto, condivisa.

Pastore Paolo Tognina