Il rischio di vivere

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Articolo scritto nel mese di ottobre 2021

A metà settembre sul nostro Il Bernina abbiamo potuto leggere il discorso del Governo alla popolazione per il Digiuno federale; mai come in questi due anni di pandemia il Digiuno dimostra tutta la sua attualità.

Le riflessioni 2021 giungono in una fase di parziale remissione e recupero, almeno nel continente europeo. Emerge l’attenzione all’incertezza, tratto dominante di questi mesi, che ha messo a dura prova anche le società più strutturate. La pianificazione è un elemento costitutivo delle nostre comunità, prassi che trasmette sicurezza e ci mette nelle condizioni di organizzare il nostro tempo seguendo i nostri desideri e le nostre attese. Si tratta di un tempo organizzato e strutturato; eppure siamo ben consapevoli di quanto labile sia il confine tra ciò che pianifichiamo e ciò che realizziamo. Vivere in tempi pandemici, in fondo restituisce alla quotidianità la caducità della vita; ciò che cerchiamo di espellere dalla vita, la certezza della morte, diventa una verità che ci accompagna nell’esistenza giornaliera. Nulla di nuovo, a cambiare però è la magnitudo del fenomeno, la pervasività delle riflessioni, la durezza a cui la pandemia ci espone; in fondo lo sappiamo da sempre, il rischio zero, qualunque sia il rischio, non esiste. Possiamo fare di tutto per ridurne frequenza e gravità, ma non c’è modo di annullare i rischi. Lo sappiamo bene quando siamo in montagna; il rischio è in noi e nell’ambiente che ci circonda. Dobbiamo imparare a conoscerlo per gestirlo, nella consapevolezza che ci accompagnerà. Ebbene, ogni Paese, in linea con la propria cultura prevalente, ha dato risposte più o meno coerenti ai bisogni dei propri cittadini.

Mentre la Confederazione conserva un approccio assai pragmatico, l’Italia – come le accade spesso – sceglie una strada dogmatica; al netto della comunicazione e dei tanti (troppi) errori commessi però, i cittadini sembrano dimostrare un pragmatismo quasi elvetico. Accade nelle regioni di confine, per esempio. La Lombardia, superato l’impasse iniziale e lo shock della tragedia collettiva vissuta tra marzo 2020 e novembre 2020, ha avuto ben poche esitazioni; i lombardi, ancorché critici, hanno scelto in massa la strada del vaccino, tanto che la Lombardia oggi è al terzo posto in Europa per dosi somministrate ogni 100 abitanti; a inizio ottobre erano già otto milioni i lombardi vaccinati, con oltre 15 milioni di dosi somministrate. E tutto ciò accade nel mezzo del dibattito sul “famoso” Green Pass (o certificato Covid in Svizzera), dopo il caos di marzo 2021 sull’uso di Vaxzevria, vaccino che la Confederazione ha scelto di non utilizzare.

Da lombarda, non avevo dubbi che accadesse; troppa sofferenza patita da tutti per non cogliere al volo una delle poche opportunità di ritrovare un po’ di libertà, la libertà di pianificare nella consapevolezza che le certezze non sono di questo mondo, certo non del mondo pandemico. Il vaccino ha regalato a un’ampia fetta di lombardi la possibilità di pensare a un orizzonte di medio termine che per mesi ci è stato negato. E ha restituito la passione del fare, il desiderio di sognare per costruire. Sappiamo che nulla è definitivo, sappiamo anche che il vaccino è solo uno strumento ma abbiamo scelto di farci carico del rischio individuale per tornare a essere comunità e gestire insieme rischi ben più complessi. Il vaccino, per tutti noi vaccinati, è la finestra sul futuro, lo strumento per tornare a vivere con un pizzico di leggerezza.


Chiara Maria Battistoni