Mario Zanetti, uno sfortunato poschiavino a bordo del Titanic

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Sono passati 110 anni dall’inabissamento del Titanic, ma ancora oggi questo tragico episodio è un fatto che molti hanno ben vivo nella memoria. Film, canzoni e testimonianze storiche continuano a parlare di quella notte del 15 aprile 1912, quando un iceberg urtò il transatlantico e solo 706 persone riuscirono a sopravvivere, mentre per 1.518 passeggeri non ci fu scampo. A imbarcarsi sull’inaffondabile, furono 11 i passeggeri svizzeri registrati, dei quali 7 sopravvissero alla tragedia e 4 morirono (fonte wikipedia). A stupire chi scrive, che ne sente parlare per la prima volta, il fatto che uno dei 4 sfortunati svizzeri a perdere la vita al largo di Terranova quella notte fu un giovane poschiavino. Si chiamava Mario Zanetti ed aveva solo 20 anni.

Ringraziando Fabrizio Lardi, che ha scritto alla Redazione de Il Bernina, fornendo i dati utili a parlare dello sfortunato poschiavino a bordo del Titanic in questo 110decimo anniversario, chi scrive proverà a presentare Mario Zanetti a chi ancora in Valposchiavo non ne aveva sentito parlare.

Mario nacque a Poschiavo il 9 gennaio 1892, secondo figlio di Giovanni Zanetti e Margherita Mengotti (in foto). “Dopo dolorosa e lunga malattia”, come riporta Il Grigione Italiano dell’epoca, appena 40enne, il padre Giovanni morì, lasciando la moglie e i quattro figli piccoli in preda a profonda desolazione e ad un futuro difficile. Verosimilmente, i primi anni senza capofamiglia, la dinastia Zanetti sopravvisse a fatica e solo tramite alla carità della rete parentale. La situazione costrinse mamma Margherita a portare la famiglia a Ginevra, dove evidentemente qualcuno l’aiutò e le possibilità di lavoro erano maggiori rispetto alla piccola Poschiavo.

Sulle rive del Lemano, un giovane Mario Zanetti, detto “Minio”, crebbe sano in un ambiente rigido ma stimolante, riuscendo addirittura a frequentare la scuola superiore di Belle Arti. All’età di 19 anni, però, la piccola città di Calvino era ormai stretta per “Minio”, che aveva fame di conoscere il mondo e partì alla volta di Londra. In quel 1912 visse per qualche mese in un locale sulla Oxford Street, nel quartiere di Soho, a pochi isolati dal British Museum e dal centro della città, continuando, nonostante la conoscenza di quattro lingue, a passare il tempo libero con chi, come lui emigrante, capiva il suo dialetto.

Fu proprio grazie ad alcuni contatti tra gli emigranti frequentati che Mario, il 6 aprile 1912, pochi giorni prima della partenza del Titanic, strappò un contratto di lavoro “last minute” con Luigi Gatti, imprenditore pavese che gestiva i lussuosi ristoranti a bordo del gigantesco transatlantico. Assistente cameriere al ristorante “À la carte”, riservato ai passeggeri di prima classe. Il suo salario: 2 sterline e 2 scellini al mese, mance escluse (a titolo di paragone: un appartamento in prima classe costava 870 sterline).

La nave, con Mario a bordo, salpò il 10 aprile 1912 dall’Ormeggio 44 di Southampton (Regno Unito) alle ore 12:00, con destinazione New York. La durata del viaggio inaugurale del grande transatlantico era prevista in sette giorni, con arrivo previsto al molo 59 di New York la mattina del 17 aprile.

La dinamica dell’impatto non è mai stata chiarita appieno. La manovra stessa eseguita per evitare l’iceberg è stata messa in discussione negli anni e interpretata in diversi modi, sia dai testimoni alle inchieste, sia dagli esperti di navigazione dell’epoca e posteriori. Quel che è certo è che alle 23:40 del 14 aprile 1912 le vedette Fleet e Lee videro e segnalarono una massa scura, probabilmente un iceberg, di fronte alla nave. Il resto è storia conosciuta da tutti; 2 ore a 40 minuti più tardi il piroscafo più grande al mondo si spezzò e colò a picco.

Da ciò che risulta nei turni al ristorante, nel momento dell’impatto con l’icerberg, Mario aveva da poco finito il suo servizio ai tavoli. Provando a immaginare, possiamo ipotizzare che, stanco, si sia recato nella sua cabina e sdraiato nella sua branda, dove forse coi colleghi si era concesso una mano a scopa con in lontananza il suono dell’orchestrina di bordo. Non ci è dato sapere se sentì l’impatto e come abbia reagito, l’unico dato certo in nostro possesso è che solo un terzo dei passeggeri di terza classe sopravvisse quella notte. Il corpo di Mario, se mai fu ripescato, non fu mai identificato. La compagnia White Star Line, a cui apparteneva il Titanic, versò alla mamma Margherita a Ginevra un risarcimento di 50 sterline e il salario di 10 franchi e 60, a cui si aggiunsero 70 sterline della compagnia assicurativa e 450 franchi e 55 centesimi di risparmi che Mario era riuscito a mettere da parte lavorando qua e là a Londra. Margherita, che allora aveva 44 anni, non volle mai cedere alla rassegnazione che il figlio fosse davvero morto.

Del destino di Mario, a Poschiavo, la memoria lentamente si spense. Solo grazie ai documenti è stato possibile ricostruirne la storia. Una storia tra le tante, di chi tenta la sorte per sfuggire alla miseria o alla mancanza di prospettive, purtroppo finita tragicamente.

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