Coraggio e paura

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2 Corinti 7,5 / Luca 22,54-60 / Marco 14,33-36
Sermone del 23 ottobre 2022

I culti vengono registrati e si possono riascoltare al seguente indirizzo:

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A Fratta Polesine, a nord di Ferrara, c’è la casa-museo di Giacomo Matteotti, un deputato socialista ucciso da un commando fascista nel maggio del 1924. Dieci giorni prima di essere rapito e assassinato, Matteotti aveva denunciato, a Roma, in parlamento, i brogli elettorali che avevano permesso ai fascisti, quella primavera, di vincere le elezioni. Il discorso di Matteotti, a Roma, durato quasi un’ora, con prove dettagliate dei brogli, aveva mandato su tutte le furie Mussolini, il quale aveva dichiarato: “Quell’uomo non dovrebbe più circolare”.

Nella sua cartella, Matteotti aveva anche dei documenti che provavano la corruzione di alcuni capi fascisti nella vicenda dei contratti con una compagnia petrolifera americana, la Sinclair Oil. E Mussolini temeva che anche quelle prove sarebbero state presentate in aula. Dieci giorni dopo, Matteotti fu rapito e ucciso. Il corpo venne ritrovato il 15 agosto 1924, fuori Roma.

Matteotti era socialista e anticlericale, ma sposato con una cattolica. Il motto stampato sulla sua carta da lettere era un passo biblico, tratto dalla seconda lettera dell’apostolo Paolo alla comunità di Corinto: “Battaglie all’esterno, timori al di dentro” (2 Corinti 7,5). Alla luce degli eventi tragici che posero fine alla sua vita, la scelta di quel motto rappresenta una straordinaria testimonianza relativa al coraggio e alla paura: Matteotti era uno strenuo difensore del diritto e dei valori democratici, e nel contempo era consapevole dei pericoli cui si esponeva. E pagò quella sua scelta con la vita.

Ripensando a Matteotti – e al passo dell’apostolo Paolo da lui scelto -, viene in mente la figura di Pietro, il discepolo di Gesù, e il modo in cui in lui convivevano coraggio e paura. In particolare, viene in mente un episodio che fa seguito all’arresto di Gesù. Pietro vaga per le strade di Gerusalemme, poi si siede in un cortile, in mezzo ad alcune persone. “Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò”. (Luca 22,54-60)

Proprio Pietro, qualche giorno prima, aveva affermato, pieno di orgoglio e rivolgendosi a Gesù: “Se anche tutti ti dovessero tradire, io no”. Il pacchiano eroismo mostrato in quella occasione da Pietro è quello di chi non ha sufficiente fantasia per presentire il male, che non ha tremori, che non immagina il soffrire. È il coraggio di chi si lancia nella mischia, in un momento di euforia, e racconta a se stesso la favola del proprio facile coraggio. Pietro sognava l’esaltazione del bel gesto pubblico, aveva bisogno di costruirsi la sua piccola leggenda, a spese del modesto quotidiano. Nell’esaltazione, forse ci sarebbe riuscito. Ma non pensava di dover fare i conti con una serva. Perse la fermezza sciocca, che conosciamo prima del timore, e non trovò la fermezza patita e consapevole, che raggiungiamo dopo. Ebbe solo paura e farfugliò scuse e bugie. Quando il gallo cantò, Pietro capì che il coraggio significa tremare e superare il timore, senza l’aiuto dell’esaltazione.

Per trovare un approccio diverso al coraggio e alla paura – quello, per essere chiari, che ispirò l’apostolo Paolo e che fu ripreso da Matteotti – occorre rivolgersi a Gesù, che conobbe la nostra stessa vita, nel suo tremore quotidiano, nella sua quotidiana rassicurazione che è un lento risalire dall’angoscia. “[Gesù] prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»”. (Marco 14,33-36)

Il demonio, nel deserto, gli aveva chiesto di buttarsi dal più alto pinnacolo del tempio. Ma Gesù non volle dare spettacolo, stupire la folla: il coraggio non è spavalderia, e non è fatto per dare spettacolo di intrepidezza. Anzi – e questa è una grande lezione che ci dà il maestro di Nazareth -, il coraggio ha paura. Il coraggio che Gesù ci dà è un coraggio sofferto, temuto. Gesù non sprezza il pericolo, non deride la morte, il suo non è un coraggio privo di sensibilità. Il suo coraggio è drammatico, la sua pace faticata, la sua obbedienza sofferta. L’eroe – dice Gesù – è uno che va avanti tremando, il coraggio è una vittoria sulla paura, la pace è una pacificazione che si trova al di là dell’angoscia.

Gesù ci libera dal coraggio tronfio e dalla paura vile, non ci toglie lo sgomento, ma ci libera dal voler essere grandi, dal voler dare spettacolo, per convincerci di essere ciò che avremmo voluto essere e che invece non siamo. Gesù ci libera dalla nostra incapacità di amarci come siamo. Ci libera dal vuoto coraggio che recita la parte dell’eroe, vergognandosi di avere paura; e ci libera anche dalla paura che si arrende davanti alle serve e alla durezza della vita quotidiana.

Il cerchio si chiude, e ritorniamo alla seconda lettera dell’apostolo Paolo alla comunità di Corinto: “Battaglie all’esterno, timori al di dentro” (2 Corinti 7,5). Siamo davanti allo specchio che ci rimanda un’immagine fedele di noi stessi, di quello che realmente siamo. E di quello che in Cristo possiamo essere.

Pastore Paolo Tognina