“Le cinque ave” di Silva Semadeni

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Cinque donne ben acconciate, tre generazioni, incastonate in una cornice ovale, cercano con lo sguardo un’autrice che racconti la loro storia. All’invito risponde la nipote Silva Semadeni che dopo lungo e attento ascolto dà loro voce in una bella monografia familiare. Le vicende delle cinque protagoniste nonché di altri parenti, di comari, di balie e di serve sono ora raccolte nel 10o volume della collana della Società Storica Val Poschiavo: Le cinque ave, Storie di donne poschiavine dell’Ottocento, uscito recentemente per i tipi della Tipografia Menghini. 

La fotografia, da cui parte il racconto, ha accompagnato Silva Semadeni fin dalla sua prima età stuzzicando in lei “il desiderio di conoscere i destini delle donne ritratte”. Così, nell’ozio della quiescenza, ha potuto raccogliere i materiali per ricostruire i momenti salienti della loro vita. Ne è uscito un racconto vivo e inedito, sia per la prospettiva tutta al femminile sia per gli scorci finora poco illuminati, che si aggiunge egregiamente alla vasta letteratura sull’emigrazione grigione verso i paesi europei. Dalla ricerca emergono, accanto a tanti nuovi personaggi presentati in frangenti particolari, molti aspetti di cui finora si sapeva poco come dell’arredamento, degli oggetti e della funzione dei caffè, delle qualità artistiche dei gestori, delle esibizioni musicali offerte nei parchi, del silenzioso quanto importante lavoro svolto in casa diviso tra famiglia e negozio, delle dimore abitate e costruite nel Borgo. 

Se l’immagine è stata il primo movente, non meno forte deve essere stato quello di conoscere meglio, attraverso le ave e le loro vicissitudini, i risvolti di una società in piena trasformazione. Spinta da un impulso primordiale e dall’interesse storico, l’autrice ritrova la loro memoria mettendo a fuoco la condizione della donna da inizio Ottocento a Novecento inoltrato. Senza la pretesa di dimostrazioni eroiche o di encomiastici ritratti, se non quella di una testimonianza autentica, Silva Semadeni illustra la quotidianità tra lavoro e diritti, tra piacere e sofferenza, tra speranza e sconforto delle cinque donne: ognuna rappresentante di un’esperienza unica e comune nello stesso momento. Aiutano a orientarsi nel racconto – che per le infinite ragioni si intreccia nelle maglie delle larghe parentele e degli affari – la traccia dei profili biografici nonché il grado parentale riproposto negli alberi genealogici allestiti da Ruedi Bruderer. Grazie a queste indicazioni è più facile spostarsi con le rispettive famiglie da Copenhagen a Pamplona, da Vigo a Poschiavo e constatare che nonostante le molte cose che le accomunavano (origine, stato borghese, confessione, terra d’accoglienza e attività) esse hanno avuto, per fatalità o per altre circostanze, storie diverse. 

Anche se le testimonianze reperite sulle donne si sono rilevate scarse e frammentarie per il fatto che a scrivere erano piuttosto gli uomini, S. Semadeni è riuscita a ricomporre una buona parte del curricolo di Orsola Lardelli-Lardelli 1816-1890), Angelina Olgiati-Lardelli (1840-1890), Leonita Jochum-Olgiati (1860-1935), Eugenia Semadeni-Olgiati (1863-1929), Angelina Pozzy-Olgiati (1869-1956). La loro vita esemplifica la vita di tante altre che in vario modo hanno contribuito al benessere della famiglia tanto all’estero come in patria. 

Sostengono il filo dell’indagine il ricco materiale iconografico, le informazioni raccolte in Danimarca e in Spagna e svariati documenti (annunci nei giornali locali, pagine di corrispondenza, registri scolastici, certificati di battesimo e di morte, attestati, contratti, estratti di bilancio, album di famiglia) che spiegati nel contesto storico evidenziano le disparità politiche e sociali tra uomo e donna rimaste tali fino a pochi decenni fa. Se l’attenzione vien puntata principalmente sulla donna è, fra l’altro, per colmare una lacuna storica e per rendere loro giusta luce. Non meraviglia quindi che con la vita dei caffettieri e pasticcieri, attivi in Spagna nel 1891 in 50 sedi, si presenta anche quella delle ‘cafetare’ nei ruoli di moglie, madre, casalinga, educatrice e impiegata. 

Il lavoro delle donne non vien meno quando le famiglie tornano per un periodo o definitivamente a Poschiavo, anzi, in più casi, la prematura morte del marito, le costringe a maggiori fatiche. È il caso di Angelina Olgiati (dei suoi 11 figli ne sopravvivono solo 3) e di Angelina Pozzy (degli 8 figli 2 muoiono in tenera età) che rimaste presto vedove dopo il rientro, devono crescere da sole la famiglia e occuparsi della casa: la prima, di quella costruita nel 1862 a Clalt, l’attuale Ca da cumün, la seconda, dello Châlet (1908) alla stazione. Nella storia delle case dell’emigrazione si riflettono le idee politiche, il progresso sociale ed economico, le innovazioni tecnologiche, la rete stradale e ferroviaria, le modernità di Poschiavo pronta a farsi città. Significativo a proposito è il sogno, facilmente di fine Ottocento, di Rodolfo Pozzy che prevedeva per Poschiavo un teatro, museo, biblioteca, ospedale, ricovero per i poveri, caserma, restauro della casa comunale, giardino pubblico, monumento a Benedetto Fontana, tre ponti in ferro e, tutta per sé, una villa con giardino, lago, fontana e orto, anticipando di molto la loro realizzazione e il piano regolatore di Pietro Zala del 1904. Le sorprendenti innovazioni promosse e sostenute dai rimpatriati, si manifestarono pure in cose meno evidenti, come nell’apertura di uno studio fotografico, nella presenza della levatrice e del medico chirurgo, nella costruzione di una rete idrica e elettrica, nell’uso del telefono. 

Le cinque ave, viste sotto una nuova lente, si presentano a noi nel modo più immediato e veritiero, rivelandoci quanto di più prezioso hanno dato alla famiglia e a tutta la società. L’indagine sulle cinque antenate di Silva Semadeni rivela percorsi biografici insoliti e, in misura diversa, rappresentativi per molte altre che hanno difeso diritti e dignità e con ciò contribuito a una società più equa.