Essere gelosi di Dio?

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 (1 Re 19, 1-14)
Sermone del 23.03.2025

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti. Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest’ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli».
Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Sceba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo; ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia anima, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!» Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra.
Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzati e mangia». Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d’acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo.
L’angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te». Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.
Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del Signore, in questi termini: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».
Dio gli disse: «Va’ fuori e fermati sul monte, davanti al Signore». E il Signore passò.
Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un mormorio di vento leggero. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all’ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?» Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».

“Che fai qui, Elia?” (v. 9). “Che ci stai a fare, qui, Elia?” (v.13). Quella domanda, ripetuta due volte, la possiamo rivolgere anche a noi stessi.
“Che ci fai, qui, cristiano, che ci fai qui, cristiana del 21. secolo? Che cosa ci fai in questo mondo in cui da tempo, e sempre di più, si vive come se Dio non ci fosse? Che ci fai qui, con le tue belle leggende, con il tuo ingenuo discorso, con il tuo linguaggio superato che nessuno più capisce?”
Pochi giorni fa l’ex pastore del Grossmünster di Zurigo, Christoph Sigrist, mi diceva che sta facendo sempre più fatica a predicare: “Ho sempre più spesso l’impressione che la gente a cui mi rivolgo non capisca ciò che dico. In una società sempre più secolarizzata, in cui ogni riferimento al Dio biblico sta scomparendo, mi sembra che venga a mancare un linguaggio comune che ci permetta di capirci”.

Potrei fermarmi qui, concludere la mia meditazione e invitarvi ad andare a riflettere sulla domanda rivolta a Elia e su ciò che essa può suscitare in noi oggi. Ma non lo farò, perché non dobbiamo riflettere solo sulla domanda posta al profeta, bensì anche sulla risposta che egli dà.

“Sono stato mosso da una gran gelosia per il Signore”, risponde Elia.
La Bibbia conosce due tipi di gelosia: il primo, è quello di Dio per Israele. Dio ha continuato ad essere abbandonato da Israele, ma ha continuato a non poter abbandonare Israele: “Come posso abbandonarti? – dice Dio al suo popolo – Come posso darti ad altri?” (Osea 11,8).
Ma la gelosia di Dio non si è limitata a Israele. No, è diventata più grande, e si è trasformata in gelosia per l’intera umanità. In Gesù è gelosia per ogni singolo essere umano, anzi, per ogni essere umano perduto.
La Bibbia ci parla di un intensificarsi della gelosia di Dio per l’essere umano. Quel sentimento raggiunge il suo culmine in Gesù, il quale ci fa capire che Dio è geloso di noi, di ciascuno di noi.

La Bibbia conosce tuttavia anche un’altra gelosia: quella di un essere umano per Dio. Elia dice appunto: “Sono stato mosso da gelosia per Dio”.
Ma che cos’è questa gelosia per Dio? Non è che forse sarebbe meglio non nutrire un simile sentimento? La gelosia per Dio non potrebbe diventare pericolosa? Infatti, quanto fanatismo, bigottismo, violenza, oppressione sono stati generati dalla gelosia per Dio. Verrebbe voglia di dire: “Gelosia per Dio, no grazie”.

Viviamo in un tempo nel quale le grandi passioni sono smorzate, un’epoca delle “passioni tristi” – come la definiva il filosofo Spinoza -, caratterizzata da un senso di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, a pensare, agire, credere con moderazione, con prudenza, con cautela. E allora non vogliamo essere gelosi. Vogliamo vivere una religiosità razionale, misurata. La gelosia è un sentimento superato, che fa parte del tempo del fanatismo. Finita la passione, è finita anche la gelosia.

Ecco però venire a noi Elia, a dirci: “Sono stato mosso dalla gelosia per Dio”. Che cosa potrebbe voler dire, oggi, “gelosia per Dio”?

In primo luogo, anche se viviamo in una cultura secolarizzata, che ha perso i suoi riferimenti cristiani – o forse proprio per questo – è rinato un ampio mercato del divino. È un divino spesso indefinito, dai contorni vaghi, un divino fai-da-te, offerto come merce a buon mercato.
Se le cose stanno così, essere mossi da gelosia per Dio vuol dire sapere che non tutto ciò che viene presentato come divino, lo è. Soltanto Dio è Dio. Non è lecito confonderlo con una divinità qualsiasi. Il Dio della Bibbia è un Dio che ama la giustizia, un Dio partigiano che sta dalla parte degli oppressi, che si schiera con i nonviolenti. Non è un Dio a buon mercato: è libero, è esigente, ci chiede di essere critici e attenti, amanti della verità.

In secondo luogo, gelosia per Dio significa: gelosia per il Dio divenuto uomo, e dunque anche gelosia per l’essere umano. Su questo punto, a volte anche le chiese hanno fallito: hanno avuto zelo geloso per Dio, dimenticando l’essere umano. Questo fallimento, quando si è prodotto, e quando si produce, ha conseguenze gravi, e ci proietta in un mondo disumano. Il racconto di Elia ci permette di scoprire che Dio è più umano di noi esseri umani, e che dobbiamo reimparare da Dio la nostra umanità, troppo spesso perduta e dimenticata.

Zelo geloso per Dio, zelo geloso per il Dio divenuto uomo: recuperare questa duplice gelosia è il compito che ci sta davanti.

Pastore Paolo Tognina