Siamo soffocati da due “zone franche”

0
38

Permane difficile la situazione in frontiera dopo l’abbandono della soglia minima di cambio
A poco più di mezzo anno dall’abbandono della soglia minima di cambio fra franco e euro, il commercio di frontiera non ha più saputo riemergere dalla crisi in cui era sprofondato già pochi giorni dopo la decisione da parte della BNS, confermando pienamente le paure inizialmente manifestate dagli operatori del settore.

 

Il 15 gennaio 2015 la BNS ha annunciato a sorpresa di non poter più continuare a sostenere il cambio minimo sull’euro a CHF 1.20, introdotto più di tre anni prima per dare ossigeno ad un’economia sempre più in difficoltà causa la debolezza della moneta unica. La notizia ha messo subito in apprensione molti settori dell’industria e del commercio nell’intera Svizzera, fra i quali quelli operanti nelle zone di frontiera. Anche a livello locale le ripercussioni si sono fatte sentire. Fra le attività più colpite vanno annoverati i distributori di carburante nella fascia di confine, con perdite di oltre il 50% della cifra d’affari.

Nei mesi a seguire non si sono più registrati dei miglioramenti sostanziali: rimane pertanto critica la situazione. “Oltre al problema costituito dalla forza della nostra moneta – così Enrico Marantelli, proprietario del distributore Shell a Campocologno – il nostro territorio è di fatto soffocato da due zone franche, vale a dire quella nota di Livigno e quella, ai molti meno conosciuta, istituita dalla Regione Lombardia 15 anni or sono: la creazione di un’area sconto benzina, situata fino a 20 km dalla frontiera, che la Regione Lombardia ha istituito ad hoc per scoraggiare il pendolarismo del pieno verso la Svizzera.”

Distributore vuoto in frontiera

Di fatto è proprio questo “aiuto di Stato”, che incide in modo determinante sull’andamento degli affari. Chi opera in frontiera è abituato a convivere con la volatilità del cambio e, situazioni come quella attuale, sarebbero normalmente affrontabili se il mercato non fosse falsato da aiuti pubblici. Nel contesto va considerato che il contributo sovvenzionato dalla Regione Lombardia, per chi risiede entro i 10 km dal confine, corrisponde a 23 centesimi di euro al litro, ben oltre la differenza attuale di prezzo fra Svizzera e Italia. “Ormai siamo arrivati al punto che – continua Marantelli – per quanto riguarda il commercio di frontiera, la bilancia pende totalmente a favore dell’Italia”.

È innegabile che, iniziative come quella messa in campo della Regione Lombardia, sono da ritenere anacronistiche e contro le regole del libero mercato, oltre che risultare provocatorie. Dello stesso tenore Gianni Zanolari, proprietario dell’omonimo distributore a Zalende: “Da noi non si fa altro che imporre spese, anche non indifferenti, per adeguare gli impianti a continue normative, dall’altra parte del confine, invece, lo Stato aiuta di fatto i distributori ad eliminare la differenza di prezzo con la Svizzera. A queste condizioni è impossibile poter tenere il passo”.

Se da noi la situazione permane pertanto drammatica, non si può dire che le cose vadano molto meglio nelle altre zone di confine tutt’attorno alla Svizzera, dove, oltre a mancare i consumi dei pendolari provenienti dall’estero, è iniziato un controesodo di Svizzeri che si recano oltre confine per la spesa e il carburante. Secondo un articolo del Blick, pubblicato lo scorso mese di maggio, la Confederazione avrebbe già perso, nei primi quattro mesi dell’anno, 89 milioni di franchi provenienti dai dazi sugli oli minerali, ciò rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Se il cambio CHF/€ non dovesse registrare dei miglioramenti sostanziali, a fine 2015 le perdite potrebbero sfiorare anche i 400 milioni franchi. Cifre che non possono lasciare indifferenti.


Articoli correlati: