Alcune considerazioni freddamente “economiche”
Le attese di vita sono aumentate per tutti ma relativamente pochi hanno voglia di aggiungere anni di lavoro alle fatiche fatte. In Francia poi, i socialisti vorrebbero riabbassare l’età di pensionamento da 62 a 60 anni.
Questa resistenza al prolungamento del lavoro è data dal fatto che dopo 35-40 anni di attività, le persone si sentono autorizzate, a dipendenza della professione, a sedersi e, finalmente, prendersela più comoda. Succede comunque, che da alcuni ambienti benpensanti, possa arrivare una certa pressione sociale che ti suggerisca di lasciare il posto ai giovani. Si tratta di un tema della massima attualità riportato da Lucy Kellaway, una giornalista del Financial Times, la quale scrive che ogni qualvolta un giovane tende ad avanzare, trova un rappresentante della sua generazione (grigio/grigia) ben seduto/a e compiacente sulla sua poltrona.
Sarà pur vero in certi casi, ma, dal punto di vista economico, si riconosce abbastanza in fretta un difetto di valutazione – chiamata “grumo di lavoro” fallace (ingannevole) – che si basa sul presupposto che la somma del lavoro sia di quantità data e conosciuta. In questo caso, dunque, il lavoro può essere ripartito ad esempio a favore dei giovani. Gli stessi argomenti sono stati usati quando le donne sono diventate forze lavorative (quando uscirono dalle pareti domestiche decine e decine di anni fa) come pure dai politici “critici verso gli immigranti” dei nostri giorni i quali argomentano che questi ultimi ci rubano il lavoro. Guarda il caso: è di questi giorni la notizia che UBS vede stimoli positivi nel consumo in CH, nelle costruzioni e negli immobili proprio grazie alla richiesta interna dei nostri immigrati…
Il problema è che questa mentalità è difficile da cambiare perché ha tutta l’aria di scaturire da un “sano senso comune”. Ognuno conosce persone in posizione di comando che si rifiutano di lasciare il posto a un/a rivale giovane ed energico/a. In faccia all’intuito e all’evidenza dell’aneddoto conosciuto, è sempre meglio consultare i dati. Eccoli.

Il grafico mostra il livello di occupazione tra la sezione anziana (dai 55 ai 64 anni) e la più giovane (dai 15 ai 24), nei paesi dell’Ocse nel 2010. Nel grafico, la somma dei risultati ottenuti dai singoli stati è stata riportata per trimestre e classificata secondo il tasso di occupazione di “capelli grigi” con la barra chiara, ed i giovani con la barra oscura. Ragionando con il senso comune, ti aspetteresti che, quando l’occupazione cresce per i “maturi”, dovrebbero esserci meno giovani che accedono al lavoro. E viceversa. In realtà, nulla di tutto ciò. Più anziani possono lavorare, lo stesso vale per i giovani! E al contrario. Un contro argomento potrebbe essere che la correlazione indica semplicemente fasi di cicli economici differenti: difficile da sostenere per il 2010 in quanto, al di fuori della Cina (che non fa parte dell’Ocse) le economie non hanno fatto assolutamente stravedere. Anzi. Come mai allora gli anziani non tengono fuori dai posti di lavoro i giovani?
Per la stessa ragione per cui le donne non tengono fuori gli uomini dal ciclo produttivo. Quando la gente lavora e in qualche modo guadagna, spende per beni e servizi prodotti da altra gente, giovani e anziani, donne e maschi. A questo punto è possibile che non vi siate convinti dei ragionamenti. In questo caso seguite il seguente pensiero. Se gli anziani lasciano presto il loro posto di lavoro, diventano automaticamente dipendenti dei giovani per tutta la vita. Questo è ovvio per chi avrà dei benefici da parte dello stato il quale, in caso di bisogno, attingerà in un modo o l’altro, alle nostre tasche. Lo stesso vale per chi usufruisce delle pensioni private. Pure per loro le “riserve” consistono in azioni e obbligazioni che dipendono dal frutto del lavoro generato, che serve anche per arrivare ai guadagni necessari per pagare dividendi e interessi della previdenza. A livello Ocse (dove abbiamo i maggiori scambi commerciali, sempre Cina esclusa) molti fondi pensioni aziendali in varie occasioni hanno favorito dei pensionamenti anticipati. È un classico caso di economia poco lungimirante.
Se da una parte i salari dei giovani assunti sono più bassi e si notano dei vantaggi immediati sul fronte delle spese, dall’altra, i costi per le pensioni non potranno che salire negli anni. Forse ne avrete già sentito parlare anche nel nostro cantone. Pure in enti pubblici se la memoria non mi tradisce. Le imprese che hanno adottato questo approccio, partono dal presupposto, per non dire speranza, che i loro investimenti finanziari possano dare i risultati ottenuti negli anni 1980 fino al 2000. Tempi passati! Quello che è giusto per le aziende singole è dunque giusto pure per l’aggregato di tutte le imprese. Ci si basa sul presupposto che la crescita continui. Realtà possibile solamente se ci sono più impieghi, maggior flessibilità, e/o più produttività. Realistico?
Ecco perché, oltre ad altri fattori che rendono interessante un buon mix tra giovani e anziani (innovazione ed esperienza quale esempio) molte aziende ben amministrate tengono conto di questi ragionamenti puramente economici. Come si vede? Dal buon mix tra giovani e anziani, tra uomini e donne. Una società non può prosperare se paga i cittadini affinché non lavorino con delle rendite che sono “solo” ipotizzate.
Perché la scelta di un tema cosi tecnico? In primavera si deciderà in parlamento se le aziende dovranno bilanciare nei loro conti profitti e perdite i risultati delle proprie casse pensioni. Se ne vedranno delle belle! Per le casse pensioni statali? C’è poco da ridere: dai tempi passati con le pensioni degli statali a oggi, con la cassa pensione delle FFS.
Lo spunto l’ho tratto dall’Economist di alcune settimane fa. Tradotto a braccio, l’ho adattato alla nostra attualità: dovrebbe però ridare il filo del ragionamento. Potrebbe inoltre servire per valutare la proposta di obbligare le aziende a concedere sei settimane di vacanze l’anno senza tener conto delle loro peculiarità e delle loro disponibilità organizzative interne.
Brusio, 21 febbraio 2012