Louis-Henri Delarageaz, il vodese che fece svizzero Cavajone

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Cavajone, lavoro nei campi. Da sinistra: la nonna Tamagna, Michele Balsarini, Piera Balsarini senior e Bruna Balsarini. Foto Mario Fanconi. 1935 ca. © Archivio fotografico Luigi Gisep / Società Storica Val Poschiavo

In occasione della visita a Cavajone del Consigliere federale Guy Parmelin, nativo del Canton Vaud, prevista per il 1. agosto Natale della Patria, vorremmo ricordare la figura di un vodese che ebbe notevole importanza per le sorti della bassa Valposchiavo, Louis-Henri Delarageaz (1807-1891).

Cavajone, il piccolo gruppo di case abbarbicato alto a ponente di Brusio, è universalmente noto per essere stato l’ultimo villaggio entrato a far parte della Confederazione. Forse non tutti sanno che questo fatto è in gran parte dovuto all’azione di un uomo venuto dalle rive del Lemano: il colonnello federale, consigliere nazionale e consigliere di Stato vodese Louis-Henri Delarageaz, inviato in Valposchiavo dal Consiglio federale per redimere una questione spinosissima e antica di secoli: la definizione dei confini tra Brusio e Tirano.

Era il 1862. A seguito del trattato di Zurigo, siglato tre anni prima, il territorio di gran parte della Lombardia, tra cui la Valtellina, passava dalle mani dell’imperatore d’Austria al neocostituito Regno d’Italia. Subito i nuovi governanti si mossero per sciogliere una della più antiche questioni confinarie ancora aperte con la Confederazione elvetica e che le amministrazioni precedenti non erano mai riuscite a dipanare: la ratifica e demarcazione della linea di confine che separa il Comune svizzero di Brusio con la valtellinese Tirano. A presiedere la delegazione elvetica, che con la controparte italiana avrebbe composto la Commissione internazionale atta a chiarire una volta per tutte la secolare diatriba, il Consiglio federale volle il vodese Louis-Henri Delarageaz.

Il politico e militare Delarageaz, uno dei contemporanei più capaci e influenti del suo Cantone, proprietario terriero e viticoltore, figlio di agricoltori, autodidatta, radicale, negli anni giovanili rivoluzionario amico dell’anarchico Proudhon, autentica personificazione dello spirito liberale del nuovo Stato federale, era stato scelto dal Consiglio federale in virtù della sue cognizioni di agrimensore (aveva lavorato tra l’altro per Dufour alla stesura della prima Carta nazionale). Era stato l’artefice proprio in quell’anno del Trattato dei Dappes, in cui fu regolata una questione territoriale che interessava il Canton Vaud e la Francia, attraverso il quale 15 abitanti del lembo di terra toccato dalla ratifica vennero naturalizzati in Svizzera. Uomo di potere, non aveva soltanto amici: attraverso una specie di golpe, era appena stato estromesso dal Consiglio di Stato vodese, e forse, avranno pensato a Berna, cambiare aria gli avrebbe fatto bene. Fu quindi inviato nella lontana Valposchiavo a occuparsi di altre beghe.

Il giorno 27 di agosto 1863 i Commissari elvetici e italiani si riunirono «nel fabbricato costruito dal Governo Italiano, inserviente attualmente di posto di guardia ad un picchetto di Bersaglieri e di alloggio ai Doganieri, elevato presso alle rovine del castello di Piattamala, nei secoli scorsi costruito da Lodovico il Moro ed abbattuto dai Grigioni» e stesero il testo della Convenzione tra la Svizzera e l’Italia sulla fissazione del confine tra il Cantone de’ Grigioni e la Valtellina, o meglio nota come Convenzione di Tirano. Con questo trattato e dopo secoli di diatribe, soprusi e prevaricazioni, di comune accordo la linea di frontiera fu finalmente tracciata e il territorio dell’intera valle del Sajento, con l’abitato di Cavajone, venne a trovarsi nella Confederazione. Fu la più importante annessione territoriale della Svizzera moderna, dal Congresso di Vienna in poi, con circa 22 chilometri quadrati.

Se la questione territoriale era così finalmente risolta, le cose si complicarono non poco per il centinaio di abitanti dell’ameno villaggio, che se fino ad allora avevano potuto approfittare dello stato di incertezza che regnava su questo straccio di terra di nessuno, da quel momento in poi l’Italia li considerò stranieri, mentre per Brusio erano soltanto famiglie tolerate senza i voluti recapiti, quindi senza diritti di cittadinanza, politici e civili. Erano degli apolidi, senza patria in casa loro.

Presto si levò un’ondata di indignazione per la deplorevole situazione venutasi a creare: «Ora che il confine tra Svizzera e l’Italia é schiarito, sono cessate anche queste facilitazioni daziarie [con la Valtellina] e son rimasti qui abbandonati a se stessi, senza appartenere ne ad una parrocchia, ne ad un Comune, ne ad una scuola e senza provvedimenti di sorta pei poveri. Tirano non li riconosce per suoi e trovansi in uno stato quasi selvaggio, quasi tutti sono illetterati», ricordava il brusiese Giovan Domenico Zala in una sua breve esposizione indirizzata nel 1869 al Governo di Coira.

Il Consiglio federale non poteva tollerare una situazione del genere, specie da quando si era deciso a mettere fine al fenomeno dell’apolidia, una delle piaghe sociali più importanti dell’Ottocento, causa di gravi situazioni di povertà in ampie cerchie della popolazione. All’epoca la cassa pauperile comunale era infatti l’unico fondo di socialità a cui poter attingere per aiutare quelle famiglie o quegli individui che, per un motivo o per l’altro, venivano a trovarsi in difficoltà economiche. Ma essa era riservata a quanti godevano della cittadinanza comunale. I Cavajonesi, che vivevano perlopiù in miseria, ne erano quindi esclusi. Berna mandò perciò di nuovo Delarageaz a Cavajone per sondare un’eventuale naturalizzazione dei suoi abitanti.

Il 27 novembre 1872 il colonnello, lunga mano del Governo federale, riammesso nel frattempo alla guida del suo Cantone, redasse un esteso rapporto intitolato Incorporation des Habitants de Cavajone e destinato all’attenzione dell’Alto Consiglio federale. In questo testo, sulla base di quanto già fatto nella Vallée des Dappes, e dopo un’accurata analisi della situazione, Delarageaz consigliava al Governo federale di sostenere finanziariamente la naturalizzazione degli abitanti di Cavajone con la concessione loro della cittadinanza nel Comune di Brusio e la costruzione di un edificio scolastico: Si vede che questa gente, abbandonata a se stessa, è desiderosa di istruirsi e di lavorare al proprio sviluppo. Essi meritano di essere aiutati, chiosava il vodese.

Da questo suo rapporto trasse spunto il messaggio che nel dicembre del 1873 fu sottoposto all’Assemblea federale e con cui il Parlamento svizzero sancì lo stanziamento del credito di 17’900 franchi da destinare al Comune di Brusio in cambio della naturalizzazione dei 108 abitanti di Cavajone. A questi il Cantone dei Grigioni aggiunse 3’600 franchi, mentre i naturalizzandi riuscirono, a costo di chissà quali sacrifici, a racimolare 1’420 franchi più la promessa di dare una mano a costruire la nuova scuola in paese. La scuola, inaugurata nel 1873, fu giorno dopo giorno per quasi 100 anni a disposizione della gioventù di Cavajone, fino al 1971, quando per carenza di scolari fu costretta a chiudere.

Delarageaz morirà nella sua dimora vodese di Préverenges presso Morges nel 1891, a 83 anni. Sarà per 29 anni Consigliere di Stato, per 24 Consigliere nazionale, realizzò innumerevoli opere e resterà a lungo il cittadino più popolare del suo Cantone.


Fabrizio Lardi

Louis-Henri Delarageaz nel Dizionario storico della Svizzera

https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/004308/2015-01-15/

Per chi vorrebbe sapere di più sulla vicenda della naturalizzazione degli abitanti di Cavajone https://www.e-periodica.ch/digbib/view?pid=qgi-001:2016:85#86