La Valposchiavo? La sentivo dentro ma non riuscivo a trovarla

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Flavio Capra ha qualcosa da dichiarare

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Pro Grigioni Italiano si propone di interrogarsi sui rapporti fra la Repubblica e la Confederazione elvetica. Da sempre le relazioni fra i due stati sono molto intense e in ambo le direzioni arricchenti, questo particolarmente nelle regioni di confine, dove gli incontri e gli scambi sono quotidiani.
Il progetto ”Qualcosa da dichiarare” ideato e sviluppato dalla Pgi Valposchiavo in collaborazione con i portali online IL BERNINA e Altarezia.info, si prefigge di dar voce ai tanti valtellinesi e valposchiavini che ogni giorno varcano la frontiera, come Flavio Capra.


Nome e cognome: Flavio Capra
Anno di nascita: 1966
In Valposchiavo dal: 2001
Attuale impiego: guida turistica specializzata sul Trenino Rosso del Bernina
Domicilio: Tirano
Durata tragitto casa-lavoro: 7 minuti, il tempo di percorrenza in treno della tratta Tirano – Campocologno


Da bambino per te la Svizzera era…
Per me era un paradiso, perché ci vedevo delle tradizioni e una convivenza con la montagna che altrove non trovavo più.

Come sei arrivato in Valposchiavo?
A portarmi a lavorare in Valposchiavo è stata la mia passione per i treni e in particolare per la Ferrovia del Bernina. Viaggiavo spesso per conto mio sul Trenino Rosso e cercavo un’occupazione che mi permettesse di mantenere il contatto con questo gioiello. Poi un bel giorno alla stazione della Ferrovia Retica di Tirano, dove ormai mi conoscevano per via dei miei viaggi, mi hanno suggerito di fare la guida turistica. Così mi sono trasferito da Sondrio, dove vivevo dal 1999, a Tirano e ho iniziato questo lavoro.

Qual è la cosa che più ti piace della Valposchiavo? E della tua attività?
Trovo che in Valle ci sia un bel connubio fra vita e montagna. Mi piace cercare di fare apprezzare, o quantomeno notare, questo aspetto ai turisti. Gente che viene magari dalla città, quindi da una realtà diversa.

Flavio Capra sul suo amato Trenino Rosso



Cosa ti porti da casa quando vai in Valposchiavo?
Di valtellinese non porto nulla, visto che in Valtellina dormo e basta. Credo di non portare nulla nemmeno delle mie origini pavesi. Quando vengo in Valposchiavo mi porto più che altro le mie esperienze che faccio a Brusio, dove ho la mia vita sociale. Un paese di cui apprezzo la schiettezza della gente e la realtà montanara, e che si pone molto bene fra Svizzera interna e Italia.

Ti è mai capitata una situazione particolare alla frontiera?
Certo. Stavo rientrando a Tirano in treno e le guardie di frontiera hanno controllato lo zaino a tutti i viaggiatori, ma non a me. Mi hanno fatto capire che di me si fidavano. La cosa mi ha fatto piacere.

Per te cambia qualcosa al di qua o al di là di Piattamala?
Il confine quasi non lo vedo. Però in Valtellina non mi sento a casa. Alle volte mi sembra di avvertire dell’ostilità verso la Valposchiavo e mi dispiace. Faccio un esempio. Uno di Brusio dice: “Vado a Tirano”. Un Tiranese invece dice: “Vado in Svizzera”. Un’affermazione che a parer mio denota una certa distanza.

Quando hai pensato ”ma questi sono proprio svizzeri”?
A dire il vero non l’ho mai pensato. Forse perché mi piace la serietà.

Puoi esprimere un desiderio: in Valposchiavo ci metti o ci togli…?
La Valposchiavo mi piace così com’è. Forse ci metterei un po’ più di turismo, anche se poi ho paura che la Valle si possa spersonalizzare, com’è successo in Engadina Alta. Ci si potrebbe anche mettere una qualche variante stradale, di modo da liberare i borghi dal traffico, specie nel periodo estivo. Con la conseguenza però, che chi transita per la Valposchiavo non avrebbe più l’occasione di intravedere, anche se solo da dietro a un finestrino, le realtà e i paesi locali, ma per questo c’è sempre il treno.

E infine: hai ancora qualcosa da dichiarare?
Ringrazio la Valposchiavo per avermi dato una casa, nel senso di un ambiente di vita, che sentivo dentro ma che non riuscivo a trovare.