Scomparso Theo Hasler, “il medico di periferia”

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In mezzo alla popolazione per decenni
IL BERNINA dedica un ricordo a Theo Hasler, scomparso in questi giorni.

«La vecchiaia… anche questa è un’esperienza con la quale dobbiamo confrontarci. È come un muro contro il quale si sbatte. È quasi traumatizzante, anche se si è coscienti da lungo tempo che arriverà». Fa un certo effetto sentire questa constatazione da chi è medico da una vita, e il contatto con l’anzianità deve certo averlo accompagnato quotidianamente nel lavoro. «Ora, dopo alcuni anni, mi sono abituato all’idea». Theo Hasler ha smesso di esercitare l’attività di medico chirurgo, all’Ospedale San Sisto di Poschiavo, nel 1999, quando la salute d’un tratto non gliel’ha più permesso.

Tuttavia non ha ancora abbandonato del tutto la professione. «Ho ancora lo studio privato qua a casa mia. Vedo quattro o cinque pazienti al giorno, gente che ci tiene a essere visitata da me. Credo però che smetterò quest’ultima attività a fine 2007». Poi ci sarà più tempo per il violoncello e la fotografia, due passioni di lunga data del dottore.

E tra le tante fotografie appese alla parete, che ritraggono ricordi e persone care, ce n’è una di un edificio sovrastato dalle montagne. «È il collegio di Engelberg, che ho frequentato per cinque anni dopo le scuole dell’obbligo a Rorschach (Canton San Gallo), dove sono nato e cresciuto. Ho poi assolto gli studi universitari a Friborgo, a Zurigo e anche un semestre a Vienna. In seguito, durante la specializzazione a Zugo e a Zurigo, ho imparato molto dai dottori, maestri soprattutto per quel che riguarda la tecnica chirurgica», e fa un movimento con la mano, come se tenesse un bisturi.

Theo Hasler è arrivato a Poschiavo nell’autunno del 1965. Aveva 33 anni. «Cercavano un chirurgo per l’ospedale che succedesse al dottor Zeno Meier. Mi ricordo ancora la prima operazione. Era un anziano e titubavo se operare io stesso o mandarlo a Coira. Ma il figlio di questa persona mi ha detto che suo padre aveva un buon fisico, di operare pure, ciò che poi ho fatto. È andata bene! È stato di buon auspicio per le operazioni che sono seguite».

«L’occupazione principale era all’ospedale, dove operavo per quattro mattinate la settimana. All’anno facevo circa 350 interventi “grossi”. Poi c’erano anche i parti. Ricordo il record di 107 parti in un anno; quando la pillola non era ancora arrivata…» e segue una risata forte.

 

 

L’equilibrio tra le montagne e la cultura italiana

Il dottor Hasler non è arrivato per caso in questa valle periferica. «Cercavo un posto dove poter essere indipendente. Mi ero infatti già formato, avevo ottenuto il titolo chirurgico FMH e fatto esperienze in vari campi: anestesia, chirurgia, pediatria ecc. Avevo poi un rapporto prediletto con la cultura italiana; mia mamma è nata e cresciuta a Genova». E conosceva già anche i Grigioni, visto che passava le vacanze estive alla casa dei nonni a Bergün. «Poschiavo, di lingua italiana e con le montagne, era quindi un posto molto attraente per me. Ho poi trovato qui un ospedale ben attrezzato e con ottimo personale, a quei tempi ancora le suore Agostiniane».

La parlata è quasi ritmica, la voce bassa e calda. Gli occhi spesso chiusi, come se tutte le energie andassero a cercare i termini più adatti. Proprio come me lo ricordo nelle visite da bambino, quando dalla paura iniziale per la visita e dalla soggezione per il fisico alto e robusto del dottore si passava a uno stato di tranquillità e, direi, quasi abbandono nelle sue mani e parole. «Ogni tanto il carico di lavoro era esagerato: mattina all’ospedale, pomeriggio in ambulatorio, alla sera le visite a casa e ai pazienti operati il mattino. Spesso avevo solo un’ora di pace nel corso della giornata: dalla sveglia alle otto di mattina fino a mezzanotte avevo da fare». A tutto questo vanno aggiunte le emergenze notturne, di media una la settimana.


A casa propria… in mezzo all’addome

«Lavorare in periferia significa assumersi un alto carico di responsabilità», constata Hasler. «Se sbagli, sbagli del tutto. Per questo motivo ho adottato una tattica prudente, interpellando gli specialisti nei casi più rischiosi». Ricordando la quotidianità, il dottore ricorda anche una sensazione: «C’è sempre qualcuno che sta male tra i tanti pazienti, e questo è un peso che accompagna chi fa il mio mestiere. Per scaricare la tensione partivo con mia moglie per piccoli viaggi; facevo tre o quattro brevi periodi di vacanza lungo l’anno». Poi il dottore si illumina. «Devo menzionare mia moglie. È stata un sostegno essenziale per me, per l’appunto anche morale nel lavoro. Col passare degli anni lei, come me, ha saputo apprezzare la calma e serenità di questo luogo, anche nel suo lavoro di musicista».

Sono pochi i Poschiavini che non conoscono il dottor Hasler. Così come sono pochi quelli che lui non conosce. «Andando nelle case ho conosciuto praticamente tutti. Col vantaggio che riuscivo a farmi un quadro generale del paziente. Essere medico in mezzo alla popolazione è una cosa bellissima. La gente mi ha accettato subito, anche se ero un “züchin” (svizzero-tedesco)».

«Molte cose si dimenticano, ma alcuni episodi no. Quando si salva una vita per esempio». E quando la vita è appesa a un filo, se non durante un’operazione? Theo Hasler ne ha eseguite anche di molto complicate. «Alcune duravano cinque o sei ore. Una volta un giovane in un incidente è stato trafitto, nella pancia, da un pezzo di ferro. L’ho mandato a Coira con l’elicottero, dove hanno curato gli aspetti più gravi. Ma poi hanno ritenuto che gli altri piccoli interventi avessi dovuto farli io. Erano operazioni all’intestino complicate, ma è un tipo di chirurgia che mi ha sempre affascinato. Direi che nell’addome è come se mi trovassi a casa mia…»