Pregate per la città

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Geremia 29,1-13
Sermone del 5 maggio 2024

Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, dopo che il re Ieconia, la regina, gli eunuchi, i prìncipi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan […]. Essa diceva: «Così parla il Signore, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia: “Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. Infatti, così dice il Signore, Dio d’Israele: “I vostri profeti, che sono in mezzo a voi, e i vostri indovini non v’ingannino, e non date retta ai sogni che fate. Poiché quelli vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati”. Poiché così parla il Signore: “Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. Infatti, io so i pensieri che medito per voi”, dice il Signore: “pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore”. (Geremia 29,1-13)

La lettera del profeta Geremia è stata scritta in un momento drammatico della storia d’Israele: le truppe di Babilonia hanno invaso il paese e il re babilonese Nabucodonosor II ha ordinato la deportazione di buona parte della popolazione di Gerusalemme e del Regno di Giuda.

Per gli ebrei deportati l’esilio è un trauma: sono stati sradicati dalla loro terra, sono in balìa del disegno imperiale babilonese, vivono lontano dal Tempio di Gerusalemme, in una terra impura, condizionata dai poteri pagani e dalle loro ideologie.

La disperazione dei deportati è descritta vividamente nel Salmo 137: “Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre. Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati, dei canti di gioia quelli che ci opprimevano, dicendo: «Cantateci canzoni di Sion!» Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?”.

In quella situazione logorante, tra i deportati si diffondono due atteggiamenti opposti: qualcuno si deprime, altri invece si lasciano andare a speranze esaltate e affermano che presto il Signore dispiegherà tutta la sua potenza, abbatterà Babilonia e permetterà agli esiliati di ritornare trionfanti a Gerusalemme. Questa esaltazione era alimentata tra l’altro da alcuni profeti, i quali promettevano ai deportati un rapido ritorno in patria.

Paradossalmente, questi due atteggiamenti, tra loro così diversi, hanno lo stesso risultato pratico: una completa passività. Passivi sono i depressi, ma passivi sono anche gli esaltati. Ed è proprio contro questa passività che si dirige la lettera di Geremia. È bene non dimenticare che il Signore regna, afferma il profeta: il Signore, e non Nabucodonosor II governa la storia. Anche la storia di quella Babilonia il cui nome, per gli ebrei – e non solo per loro, visto l’uso che facciamo anche noi di quel termine – è sinonimo di “confusione”.

Sulla base di questa convinzione, Geremia trasmette agli esuli un ordine sorprendente: non rinunciate a costruire delle case, col pretesto che presto dovrete lasciarle; piantate dei giardini, anche se non siete sicuri di poterne godere i frutti; generate dei figli, senza pensare che la loro esistenza sarà forse precaria. Nel pieno di una drammatica crisi, Geremia ha il coraggio di ripetere l’ordine dato da Dio nel primo capitolo del libro della Genesi (1,28): “Moltiplicate là dove siete, e non diminuite”.

In altre parole, Geremia dice ai deportati: “Non dovete pensare che il potere creativo di Dio sia finito solo perché voi vi trovate in una grave crisi. Anzi, è proprio nella crisi che Dio si manifesta, attraverso di voi, con la sua potenza creatrice”.

Pieno di fiducia e di speranza, Geremia invita inoltre gli esiliati ad allargare il loro orizzonte: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. Non si tratta di un’esortazione al conformismo: il profeta non invita gli esuli a onorare gli dèi di Babilonia, ma a pregare il Signore in Babilonia, e per Babilonia. Geremia incoraggia gli esiliati a guardare oltre, a guardare in profondità, a non fermarsi alle sconfitte di Israele, ma a vedere, nelle pieghe della storia, lo svolgersi di un più ampio disegno di Dio. Bisogna vivere a Babilonia, imparare a pregare per lei e a costruire una vita in un mondo nuovo e sconosciuto.

Solo dopo avere accettato di vivere in Babilonia, ci si può aprire all’avvenire: l’esilio non durerà per sempre, e quando il tempo sarà compiuto, il Signore “visiterà il suo popolo” e gli permetterà di vivere di nuovo a Gerusalemme. “Poiché io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore”.

In altre parole, il Signore continua a governare la storia del suo popolo con amore e intelligenza, gli offre “un avvenire e una speranza” (cioè, delle condizioni di vita che gli permettano di costruire abitazioni e comunità, e dunque di durare nella storia); una comunione d’amore (“mi cercherete e mi troverete”); e la possibilità di ritornare, a suo tempo, nella terra da cui sono stati deportati.

Ma sia ben chiaro: la libertà di tornare a Gerusalemme non significherà un ritorno al passato, ma l’inizio di un’epoca nuova. L’epoca in cui la fede d’Israele assumerà una dimensione di universalità. Una fede non più legata a santuari e luoghi santi, ma scolpita nel cuore di donne e uomini dispersi e riuniti, che accettano di partecipare alle responsabilità del tempo presente, con uno sguardo aperto al futuro.

Anche noi, nel nostro tempo, viviamo una sorta di “crisi babilonese”, l’esperienza di una “deportazione” in un mondo in cui i valori, le consuetudini, le istituzioni ereditate dal passato sono radicalmente messi in discussione, vacillano e minacciano di cadere. Anche noi, come gli antichi deportati, oscilliamo a volte tra la delusione e la rassegnazione, da un lato, e l’illusione di un ritorno al passato, dall’altro.

Sulla scorta delle indicazioni contenute nell’antica lettera di Geremia, c’è da augurarsi che la crisi che stiamo attraversando, nel nostro tempo, ci aiuti a scoprire invece una nuova dimensione, più profonda e universale, per la nostra fede, sul fondamento della promessa di Dio e della sua inesausta creatività.

Pastore Paolo Tognina