Le estati a Sassal Mason di Giuseppe Pianta

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Qualche tempo fa, Pino mi aveva confidato che questa, con buona probabilità, sarebbe stata la sua ultima estate a Sassal Mason. La settimana scorsa ho deciso di andare a trovarlo, prima che sia troppo tardi, come si dice in queste situazioni.

Ho raggiunto la meta in mountain bike, quella assistita ormai, passando sulla sponda ovest del Lago Bianco, attraverso la cava di sabbia finalmente in disuso. Un tratto di riva di un panorama d’eccellenza riconsegnato alla natura. Il relitto di ghiacciaio del Cambrena, visto da lì sotto, impressiona. E i ricordi mi hanno riportato indietro negli anni, quando quella lingua imponente di ghiaccio scendeva ad accarezzare il lago.

Pino non sapeva della mia visita. L’ho sorpreso davanti a un piatto di risotto, seduto all’entrata della sua dimora estiva. Occhiali scuri, aria distinta da consumato gerente di genti d’ogni ceto. Abbiamo pranzato insieme. Ho accettato di buon grado un piatto di chiscöi croccanti che stavano preparando agli ultimi due avventori. “Ai’à fa scià bon la s’cièta, pròvai”, mi ha rassicurato, versandomi un bicchiere di un nero d’avola siciliano poco raccomandabile a quelle altitudini. “Viva, e grazie par la visita!”. Più tardi siamo passati ad un nebbiolo di Valtellina d’annata di tutt’altro spessore.

E lì, di fronte a quello che resta del magnifico ghiacciaio del Palü, versante valposchiavino, è partito il suo racconto. Una storia di lunga data, eccitante. Una storia di necessità e stenti prima, di lavoro intenso e di grandi soddisfazioni nel tempo; una storia di vita, in quota.

Tutto ebbe inizio nella seconda metà del 1800. Rientrato da Torino, dove era emigrato alla ricerca di lavoro, il bisnonno brusiese da parte della nonna di dinastia Grammatica aveva aperto un’attività di panettiere nel fondovalle, con poco successo. Questo fatto lo aveva spinto a proporre i suoi prodotti in Engadina, visitata nel frattempo dai primi facoltosi lord inglesi. Da lì l’idea di costruire, prima, un modesto rifugio dove oggi si erge il Ristorante Belvedere e, più tardi, “per varie questioni”, la sua seconda casa, lassù a Sassal Mason, il paradiso sulla terra.

L’estate turistica, oggi come allora, a quelle altitudini dura poco. Questa realtà non ha però impedito ai bisnonni, ai nonni e quindi alla famiglia di Giuseppe Pianta di sviluppare un’attività apprezzata, di un certo prestigio. Un’attività che forse a breve chiuderà i battenti. Pino ha ottant’anni e ha deciso di vendere; purtroppo, nessuno dei suoi è intenzionato a dare seguito a questa lunga storia di turismo eroico.

Con il passare dei minuti Pino diventa un narratore perfetto, abituato, credo, a rispondere spesso a buona parte delle domande che gli rivolgo. Pino, ottanta anni suonati, ma lucido come un giovanotto, ha mille aneddoti da raccontare. Come quella volta che lo chiamarono giù a Samaden a fare il corso d’osti, quasi dovesse dirigere un’impresa. Di fatto il suo rifugio ristorante, negli anni, si è trasformato in un piccolo albergo, arredato in maniera impeccabile, grazie alle doti artistiche della moglie Anuska. I due marcanti crotti in pietra, da rifugio, nel tempo si sono trasformati in cantine eccellenti, mentre poco sopra è stato costruito un originale ostello, dove trovano alloggio, in buon ordine, ventiquattro persone.

Avrebbe ancora molto da raccontarmi l’oste di montagna Pino. Degli anni della sua gioventù passati costantemente oltre i 2’300 metri, aiutando con costanza i suoi genitori, a quelli della sua vita imprenditoriale, iniziata in proprio nel lontano1960! Ma le ombre iniziano a invadere il fondovalle, l’aria si è fatta fresca, è tempo di scendere.

L’augurio è quello di poter brindare ancora insieme, lassù a pochi metri dalla morena del Palü. Poi una storia finirà, e ne inizierà forse un’altra, di certo tutta diversa. Quella di Pino Pianta e della sua famiglia è irripetibile.


Bruno Raselli

1 COMMENTO

  1. Bell`articolo Bruno, lassù in quota si dimenticano tutte le preoccupazioni, Sassal Mason é un`angolo di paradiso terrestre, una zona alpina intatta e selvaggia con una vista invidiabile.
    I cacciatori della zona hanno sempre apprezzato l`ospitalità e la disponibilità di Pino, famiglia e collaboratori in particolare in quelle giornate di nebbia, acqua, neve e freddo quando una bibita o un pasto caldi, un fuoco acceso valgono oro. Grazie di tutto.
    Unica nota oscura del Reportage “…..attraverso la cava di sabbia finalmente in disuso”.
    Un regalo della natura, sabbia trasportata gratuitamente dall`acqua di anno in anno, una lavorazione fuori dall`abitato per ca. sei mesi l`anno, un prodotto di qualità eccellente!
    A mio vedere la “Kieswerk” come la chiamano i turisti del nord e a volte pure noi con i suoi mucchi di sabbia che mascheravano l`impianto causava meno disagio del movimento di mezzi pesanti che ha generato per la sua chiusura.