La Svizzera dal cielo, pensando alle nuove professioni

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Osservato dal cielo, l’altopiano su cui vive buona parte della popolazione svizzera sembra più piccolo di quanto non sia attraversandolo via terra, in treno o in auto; lo spettacolo però è impareggiabile, si imprime negli occhi e si fissa nella mente.

Dal cielo la Svizzera è ancor più sorprendente, dà l’illusione di poterla cogliere tutta, in un solo sguardo; l’abbraccio delle Alpi è morbido, l’asprezza dell’alta quota mitigata dalle colline che si perdono nella pianura. Resta, tuttavia, un territorio impegnativo che richiede tenacia e resistenza, pazienza e fortezza per essere abitato. Tutte qualità che certo non difettano alla cultura elvetica.

Ebbene, ogni volta che sento parlare di digitalizzazione, di mondo digitale (lo scorso 25 ottobre si è celebrato lo Swiss Digital Day) mi torna in mente proprio quanto vi ho raccontato: la Svizzera dal cielo, quanto di più concreto, misurabile e tangibile io possa immaginare. Non è un accostamento ardito, tutt’altro; la concretezza e il pragmatismo, così radicati nella Confederazione, sono gli elementi chiave (assai apprezzati) delle trasformazioni in atto, tanto sul fronte delle professioni che della produzione. Mai come oggi, in un contesto iper connesso e in continua trasformazione, disporre di un metodo con cui affrontare ciò che ancora non conosciamo diventa un vantaggio sostanziale. E il nostro territorio è un esempio tangibile di cosa sia l’economia delle piattaforme (la cosiddetta Platform Economy), l’altopiano tutto è un’unica piattaforma su cui si inseriscono valli e città, in un continuum organizzato, monitorato, manutenuto, in cui i cittadini esercitano arti e mestieri, talvolta antichi ma non per questo obsoleti. La piattaforma è lo strato primigenio in cui si inseriscono realtà eterogenee, che collaborano e competono per dare forma all’amorfo. Il nuovo che verrà, in fondo, non è certo un concetto inedito; ogni generazione ha vissuto il proprio “nuovo”, con soluzioni più o meno innovative che hanno sostituito vecchi lavori. Il “nuovo” contemporaneo ha una caratteristica in più: è molto veloce, appare e si concretizza nello spazio di qualche anno, costringendo tutti, cittadini e comunità, a rileggere e riscrivere le proprie mappe dei saperi.

Una ricerca condotta da Gartner e presentata all’It Symposium di Barcellona qualche giorno fa, per esempio, evidenzia come nel mondo entro il 2030 un lavoratore su tre avrà bisogno di rivedere la propria formazione. Il fattore critico del cambiamento continuo diventa il dinamismo, capace di anticipare le trasformazioni; le nuove tecnologie agiscono da catalizzatrici, accelerano i cambiamenti, ma non per questo distruggono ciò che esiste già. Vecchi e nuovi mestieri possono convivere e completarsi reciprocamente, soprattutto quando si ha a disposizione strumenti di gestione e amministrazione davvero duttili, come la legge sulla formazione che sa cogliere gli aspetti cruciali della vita dei cittadini, valorizzando tutte le forme dei saperi, da quelli coltivati nel tempo libero fino a quelli delle professioni.


Chiara Maria Battistoni