Intervista a Sacha Zala, seconda puntata: il nonno Plinio e neutralità messa alla prova dal conflitto russo-ucraino

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immagine @istoria.ch

Proponiamo la seconda puntata dell’intervista a Sacha Zala. Questo il link alla prima parte: https://ilbernina.ch/?p=382991.

Ma torniamo alle nostre latitudini. Nella NZZ Folio ricordavi che tuo nonno, nella Seconda guerra mondiale, era una spia svizzera in Valtellina. Cosa ne penserebbe oggi della neutralità?
Per me nonno Plinio è stata una figura importante, perché da bambino, nella mia età dei “perché”, è stato sempre molto disponibile e ragionava con me come se fossi adulto. Era un tipo particolare, un uomo di vasta cultura, che sapeva le lingue, ma anche una personalità complessa, con uno spiccato senso dell’umorismo tutto suo, in dialetto diremmo un po’ un moscardín
Tornando alla domanda: mentre era in servizio, una volta mio nonno scrisse una nota per informazione che diceva laconicamente: “Spesso è successo di avere i buoni benzina e di non trovare benzina ai distributori di Campocologno e Poschiavo. Può facilmente succedere che in un’eventuale situazione d’emergenza, a causa della mancanza di benzina, la maggior parte dei veicoli non possa circolare – in compenso si hanno i buoni in saccoccia.” Che era come dire che se fossero arrivati i tedeschi o gli italiani non vi sarebbero state possibilità di fuga.

Per arrivare alla neutralità: il suo problema centrale è che, per finire, nessuno sa che cosa significhi veramente. Nel sentire popolare la neutralità è sempre assoluta, come quella dell’eremita nel bosco che non ha contatti con nessuno. Il che, naturalmente, è assolutamente impensabile per un paese come la Svizzera, integrato economicamente a livello internazionale in maniera estremamente forte. Dal punto del diritto internazionale, secondo le Convenzioni dell’Aia del 1907, invece, la neutralità, significa praticamente soltanto il non far la guerra. Quindi la maggioranza dei paesi del mondo nella maggior parte dei conflitti è in realtà neutrale. Il termine, che in Svizzera è considerato in modo strabiliantemente positivo, è invece considerato internazionalmente in maniera essenzialmente negativa. In una concezione virile del maschio è come una sorta di castrazione. Proprio per questo motivo Mussolini coniò nel 1939/40 (il periodo di neutralità italiana nella Seconda guerra mondiale) il termine di “non belligeranza”. 
Le altre norme richieste dalle convenzioni dell’Aia dicono che qualora truppe straniere entrassero sul territorio neutrale, questi le debba “neutralizzare” per tutta la durata del conflitto. Ciò è qualcosa che la Svizzera ha fatto sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale, internando le persone militari che hanno oltrepassato i suoi confini, più di 110.000 persone durante l’ultimo conflitto. Non da ultimo anche proprio per questo motivo nacque l’idea che “la barca era piena”. Così il Consiglio federale decise che l’appartenenza religiosa non fosse sufficiente per ottenere l’asilo, di fatto sbarrando così la strada all’accoglienza delle persone di fede ebraica. 
C’è un’enorme differenza tra ciò che è richiesto dal diritto internazionale per essere neutrali e quello che si crede a livello popolare necessario: all’interno di questi due estremi, a seconda dei casi, si è sempre mossa molto pragmaticamente e certamente con un certo successo la politica Svizzera.
Tornando ora però al nonno: ai suoi tempi la Svizzera era un paese dilaniato, sia dal punto di vista linguistico sia sociale. Un esempio? Nel 1912, quando era un giovanotto, vi era stata la famosa visita del Kaiser, accolto in pompa magna dai tedescofoni a Zurigo. Questa euforia nella Svizzera tedesca, tuttavia, aveva trovato freddi i francofoni e gli italofoni svizzeri. Proprio nei giorni conclusivi della guerra, inoltre, lo sciopero generale del novembre 1918, rappresentò un evento traumatico, inatteso e scioccante ma anche lo sfogo di un forte malessere sociale. 
Con queste pulsioni centrifughe, la neutralità divenne il collante, assunse il valore di coesione nazionale e allo stesso tempo aveva la funzione di neutralizzare la politica estera sulla quale non v’era un consenso. Un consenso, tra l’altro, che ancora oggi non abbiamo ancora saputo trovare…
Secondo i sondaggi annuali condotti prima dell’attacco della Russia all’Ucraina, dal 95 al 98% degli svizzeri negli ultimi anni era a favore della neutralità. Quando in un paese democratico si riscontrano valori che sfiorano il 100% su un tema, dunque un consenso praticamente unanime, ciò può soltanto significare che la cosa è assolutamente nebulosa. Un tale consenso non esiste in nessun’altra questione nemmeno, che so, se dovessimo votare per abbassare le tasse. Quindi questa “neutralità nebulosa” assurge in Svizzera ad un valore che definisco “quasi religioso”. Una specie di scudo magico che apparentemente ha salvato il Paese in ben due guerre mondiali. Probabilmente se fossimo in Belgio, la cui neutralità fu violentemente violata sia nel 1914 sia nel 1939, il concetto godrebbe oggi di poca credibilità anche alle nostre latitudini. Infatti, nel 1949, il Belgio fu uno dei fondatori della NATO… L’appartenenza all’alleanza atlantica prometteva loro più sicurezza della neutralità.
Quindi tornando al nonno, verosimilmente come la stragrande maggioranza degli svizzeri, avrebbe un forte sentimento affettivo verso la neutralità, vissuto penso però in modo critico, come nella storia degli inutili buoni della benzina in saccoccia che citavo prima.

A proposito della guerra della Russia contro l’Ucraina: quale nuovo valore assume oggi il concetto di neutralità nelle crisi internazionali come quella che stiamo vivendo?
Il problema cardine della Svizzera nel XX secolo era che i potenziali nemici erano i suoi vicini: si trattava quindi di una neutralità “faute de mieux”. A sua volta il Congresso di Vienna vedeva di buon occhio la neutralizzazione del territorio del cuore dell’Europa. Bisogna però ricordare che ci sono neutralità di tipo molto diverso. Prendiamo un paese di ampia tradizione neutrale come il Costa Rica. Non ha un esercito ma solo una forza di polizia. Si potrebbe argomentare che abbia una neutralità “pacifista”. Al contrario la Svizzera aveva un esercito di milizia che durante la Guerra fredda arrivava addirittura a 650.000 unità: uno dei più grandi in Europa. Quella svizzera era dunque una neutralità armata, in rapporto alla grandezza geografica del Paese direi addirittura armatissima. 

Venendo alla crisi ucraina, per esempio: Kiev ha chiesto alla Svizzera di accogliere per cure dei soldati ucraini, ma la Svizzera – il Paese della Croce Rossa! – ha rifiutato perché poi avrebbe dovuto internarli per tutta la durata del conflitto in applicazione alle Convenzioni dell’Aia del 1907. E quindi il Consiglio federale ha deciso al loro posto di prendere dei bambini, come forma umanitaria di ripiego… compatibile con la neutralità.

In una definizione molto stretta della neutralità anche i paesi che sostengono fermamente l’Ucraina, ma che non partecipano direttamente al conflitto come la Germania, la Francia o addirittura gli Stati Uniti, si potrebbe argomentare che non stanno facendo la guerra e che sono dunque neutrali. Stando invece alla Russia, la Svizzera non sarebbe più neutrale perché ha preso delle sanzioni. Ma tutta la questione delle sanzioni non è regolata nella Convenzioni dell’Aia. E i russi sanno bene quali tasti toccare per far bollire il sangue elvetico.

Ma forse le sanzioni non appartengono alla tradizione svizzera?
Qui c’è un grosso malinteso. Prima della creazione del sistema di sicurezza collettiva della Società delle Nazioni nel 1919 la questione delle sanzioni non si poneva. La Svizzera vi aderì inventando la “neutralità differenziale”, ovvero impegnandosi ad applicare eventuali sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni ma, in virtù della neutralità, non quelle militari. 
Nel 1938 il Consiglio federale, siccome le sanzioni all’Italia per la guerra in Etiopia avevano pesanti conseguenze non da ultimo per l’economia della Svizzera italiana, inventa la formula del “ritorno alla neutralità integrale”. In realtà una formula doppiamente fasulla. Intanto una neutralità integrale non era mai esistita e, dall’altro lato, la questione delle sanzioni prima del 1919 non poteva neanche porsi. Ma fu una costruzione semantica brillante per non dover ammettere di ritirare la propria parola data vent’anni prima. 
In seguito, la Svizzera non applicò sanzioni durante tutta la Guerra fredda fino al 1990. In verità ciò non creava grandi problemi, perché a causa dell’uso del diritto di veto delle grandi potenze non vi furono praticamente mai sanzioni, con l’eccezione della Rhodesia del sud e del Sudafrica. In questo caso, comunque, la Svizzera sottraendosi alle sanzioni internazionali ebbe un vantaggio economico non differente, a scapito della propria reputazione.
Nel 1990, dopo il crollo della cortina di ferro, con una velocità insolita per la politica svizzera, il Consiglio federale in due conversazioni telefoniche di mezz’ora decise di aderire alle sanzioni delle Nazioni Unite contro Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait. Da allora – e sono passati più di 30 anni! – la Svizzera ha seguito praticamente tutte le sanzioni possibili e immaginabili. Quindi non capisco perché il Consiglio federale a proposito delle sanzioni contro la Russia di Putin abbia parlato di una grande “cesura”, si sarebbe invece dovuto parlare di continuità. Peraltro, non nascondiamoci la semplice verità: la Svizzera ha anche dovuto applicare le sanzioni, per evitare di esserne a sua volta colpita. Se qualcuno pensa che la Svizzera avesse veramente potuto sottrarsi alle sanzioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti non ha ancora capito come funziona il modo. Il sottrarsi in nome della neutralità funzionò per la Svizzera un tempo e funziona oggi per paesi economicamente marginali come il Lesotho ma certamente non per paesi che, come la Svizzera, sono attori di prim’ordine nelle relazioni economiche e finanziarie con la Russia. Dobbiamo finalmente liberarci dalla falsa immagine di un’amena repubblica alpestre e renderci conto che la Svizzera è una vera potenza economica ed è integrata nel sistema economico mondiale. Questa pressione l’abbiamo già vista, per esempio, con la fine del segreto bancario, dove la mera forza economica degli USA e dell’Unione Europea hanno creato la pressione sufficiente per farci cambiare ciò che a loro provocava danno…

Maurizio Zucchi
Membro della redazione