Crans-Montana: lettera aperta a "Il Bernina"

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Federica Gennai in riferimento all'editoriale de "Il Bernina" sulla tragedia di Crans-Montana.
07.01.2026
3 min
Tipografia di una macchina da scrivere con la scritta "Lettera aperta" su un foglio.

Pescia, 6 Gennaio 2026

Gentile redazione de Il Bernina,

scrivo in merito all’editoriale “Qui e ora”, pubblicato nei giorni successivi alla tragedia di Crans- Montana.

Lo faccio con profondo disagio e con senso di responsabilità civile, perché un editoriale non è un esercizio privato di stile né una riflessione personale: è, per definizione, una presa di posizione pubblica che contribuisce a costruire lo sguardo di una comunità su ciò che accade.

Proprio per questo, il testo pubblicato risulta gravemente inadeguato.

Di fronte a una tragedia che ha causato decine di morti, molti dei quali giovanissimi, e oltre un centinaio di feriti, l’editoriale sceglie una narrazione astratta, filosofica, quasi consolatoria, che evita accuratamente di nominare il dolore reale, le vittime, le famiglie spezzate, la portata collettiva dell’evento e le inevitabili domande di responsabilità che una simile strage impone.

Trasformare una tragedia concreta in un generico invito al “qui e ora”, alla fragilità umana o alla gratitudine per la vita non è neutralità: è rimozione.

È una forma di anestesia del reale che, in questo contesto, appare eticamente problematica.

In apertura, l’editoriale parla di ciò che è accaduto come “un inferno” legato ad “uno strano disegno del destino”, trasformando così un evento umano e tragico in un fatto casuale o metafisico.

Quello di Crans-Montana non è un evento del destino, come potrebbe esserlo un terremoto, ma un fatto umano e pubblico che richiede responsabilità, linguaggio accurato e rispetto per chi è morto, per chi è ferito e per le famiglie colpite.

Un editoriale dovrebbe aiutare a pensare, non a eludere. Dovrebbe assumersi il peso delle parole, non alleggerirle fino a renderle innocue. Soprattutto, dovrebbe riconoscere la gravità di ciò che è accaduto, invece di dissolverla in una riflessione che potrebbe adattarsi indistintamente a qualsiasi evento, o a nessuno.

Colpisce, inoltre, l’assenza totale di empatia esplicita verso le vittime e verso una comunità ferita. Questo silenzio non appare come sobrietà, ma come distanziamento. E in un editoriale, il distanziamento è già una scelta di campo.

Non si tratta di chiedere retorica o sensazionalismo, ma responsabilità.

Di fronte a una strage, la misura non è l’astrazione: è la precisione, il rispetto, il coraggio di nominare.

Per queste ragioni, considero quell’editoriale non solo infelice, ma inadeguato al ruolo che un giornale locale dovrebbe svolgere in un momento di lutto collettivo.

Scrivo questa lettera non per polemica, ma perché credo che una comunità abbia bisogno di parole all’altezza dei suoi traumi, non di testi che li rendano sopportabili a costo di svuotarli di senso.

Con rammarico,

Federica Gennai

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