La “normalizzazione” della violenza giovanile

Riceviamo e pubblichiamo un pensiero di Gerry Mottis sulla violenza giovanile, legata alla diffusione e all'uso dei cellulari.
18.05.2026
3 min
Tipografia di una macchina da scrivere con la scritta "Lettera aperta" su un foglio.

È purtroppo innegabile che vi sia una violenza che piano piano si sta facendo largo nella nostra società. Violenza verbale, ma anche fisica. E soprattutto nei giovani e nei giovanissimi. Non c’è che allarmarsi. Ma per gestire il fenomeno, è innanzitutto necessario identificarne le cause.

Dal mio punto di vista, credo che ciò derivi da un fenomeno nuovo rispetto alle generazioni passate. C’è oggi una violenza nuova che entra silenziosamente nelle camere dei ragazzi attraverso uno schermo acceso. Sta nel telefonino che vibra in tasca, nei video che scorrono senza sosta, nei social che trasformano tutto in spettacolo, perfino l’umiliazione, il dolore, il pestaggio di un coetaneo. E questo è uno dei cambiamenti più inquietanti del nostro tempo: la “normalizzazione “della violenza.

Un tempo certi gesti provocavano scandalo, paura, vergogna. Oggi rischiano invece di produrre visibilità, like, commenti, condivisioni, notorietà. È davvero inquietante per noi adulti notare che un gruppo che filma una rissa non vuole sempre fermarla, ma al contrario spesso vuole solo mostrarla per acchiappare commenti e like, esibirla, farla circolare il più possibile, per attirare attenzione, senza alcuno scrupolo o senso di colpa, come spettatori “neutri” di un film surreale.

Il problema è che i giovani finiscono lentamente per considerare questa violenza normale. Se un adolescente vede ogni giorno aggressioni, insulti, sfide estreme, derisioni pubbliche, linguaggi d’odio, a poco a poco la sua soglia emotiva si abbassa. Ci si abitua. Si ride di ciò che dovrebbe spaventare o inorridirci. Si filma invece di aiutare. Si commenta invece di fermarsi a riflettere. E tutto questo con una percezione quasi nulla delle conseguenze reali.

Dietro uno schermo molti giovani si sentono invisibili, intoccabili, perfino immuni. Non vedono più il peso umano delle parole o delle azioni. Non percepiscono il trauma della vittima, la responsabilità morale, talvolta perfino penale, dei propri gesti.

Per questo, il compito educativo degli adulti diventa oggi ancora più difficile, ma anche più urgente. Non basta più dire ai figli di “Non fare certe cose!”. Occorre vigilare, osservare, spiegare, trasmettere valori e comportamenti moralmente indirizzati al bene, alla comprensione, al rispetto reciproco, all’aiuto. Sapere che cosa guardano i nostri figli, chi seguono, quali modelli ammirano, quali linguaggi usano ogni giorno online, è compito di tutti noi.

Dobbiamo ricordarci che il telefonino non è soltanto uno strumento innocuo (e certamente utile). È una finestra spalancata sul mondo. E il mondo che entra nelle nostre case (e nelle nostre teste) può essere intelligente, creativo, istruttivo… oppure profondamente tossico.

Gerry Mottis

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