Tutti cittadini di serie A (sulla carta)

L'articolo denuncia la discriminazione dell'italiano nell'amministrazione dei Grigioni. Nonostante i proclami, i bandi favoriscono il tedesco, relegando gli italofoni a "cittadini di serie B".
11.03.2026
7 min
Tipografia di una macchina da scrivere con la scritta "Lettera aperta" su un foglio.

Sul plurilinguismo nell’Amministrazione cantonale

«Però ripetiamo: noi siamo tutti grigionesi e siamo tutti cittadini di serie A». Queste sono le parole conclusive dell’intervento del granconsigliere Maurizio Michael nel dibattito parlamentare dello scorso 21 ottobre. È una bella dichiarazione di principio, purtroppo sganciata dalla concreta esperienza dei grigionitaliani nei loro rapporti con il servizio pubblico del Cantone.

Siamo certamente tutti cittadini di serie A, ma solo sulla carta. Per la pratica bisogna fare uno sforzo d’immaginazione. «Ottima padronanza e ottime conoscenze orali e scritte di tedesco»; poi, in secondo ordine, «preferibilmente conoscenze di romancio e/o italiano». Questo è un esempio fra i tanti dei bandi di concorso per posti di lavoro presso l’Amministrazione cantonale (in questo caso per il posto di collaboratore scientifico dell’Ufficio della cultura… sic!). L’incompatibilità con il principio dell’equivalenza delle lingue cantonali sancito dalla Costituzione salta immediatamente all’occhio.

Al di là della questione di principio, tale pratica discriminatoria nelle assunzioni ha un riflesso immediato anche sulla vita di tutti gli italofoni del Cantone nei loro rapporti con le autorità: documenti sovente trasmessi solo in lingua tedesca, incluse decisioni formali, servizi spesso disponibili solo nella stessa lingua della maggioranza (compreso il servizio sanitario!), documenti in italiano che vengono mal compresi e danno talvolta vita a vertenze giudiziarie semplicemente perché non sono stati capiti.

Checché se ne dica, le azioni del Governo per correggere la rotta non sono sufficienti e in molti casi si tratta di semplici specchietti per le allodole. Fioriscono decine di iniziative per promuovere la «felicità del plurilinguismo», ma il loro impatto si limita all’ambito strettamente culturale oppure si risolve in mere dichiarazioni di principio, incapaci di scalfire una situazione che il Governo sembra avere poche intenzioni di modificare. Come giustamente intuito dal deputato Dominik Zindel, la risposta del Governo all’incarico Censi per l’attuazione di una politica linguistica cantonale approvato lo scorso autunno – dire sì per dire no – ne è la chiara dimostrazione. Peggio: il Governo non sopporta neppure l’esistenza di voci critiche; si accettano solo complimenti.

Prendiamo come esempio proprio i verbali del Gran Consiglio del 21 ottobre scorso (un secondo illuminante esempio seguirà nelle prossime settimane). Il Consigliere di Stato dr. Jon Domenic Parolini rampogna la presidente della Deputazione romancia Aita Biert di non essersi bene informata sugli sforzi del Governo nell’implementazione delle 80 misure di promozione del plurilinguismo, facendo finta di non sapere che il Servizio specializzato sul plurilinguismo non offre pubblicamente quasi nessuna informazione al riguardo e che, tra le poche misure un po’ ambiziose di quel catalogo, diverse sono state accantonate e altre mancavano sin dal principio.

Nella stessa risposta il membro del Governo snocciola confusamente dati sulla rappresentanza dell’italofonia nell’Amministrazione, lamentando la scarsità delle candidature di lingua italiana (domanda a trabocchetto: forse ne vengono presentate relativamente poche perché i bandi di concorso fanno capire che senza una padronanza del tedesco a livello di lingua madre non vi sono molte possibilità di essere assunti?).

Ci sarebbe da pensare che il CdS Parolini abbia una reale, costante conoscenza dell’argomento. È un peccato che le risposte da me ottenute in virtù della Legge sulla trasparenza mettano in evidenza come i dati riferiti in Parlamento siano stati raccolti dall’Ufficio del personale solo allo scopo di poter rispondere all’atto parlamentare; per altre domande – mi è stato risposto con malcelato fastidio – bisognava rivolgersi a tale ufficio. Il Dipartimento competente non è forse il DECA? Che ne è dell’assicurazione ai granconsiglieri Samuele Censi e Aita Biert secondo cui «per domande di dettaglio ci si può rivolgere in qualsiasi momento al delegato del Servizio specializzato per il plurilinguismo»?

Che cosa fa, dunque, questo Servizio specializzato? Bisognerebbe credere che, come prima cosa, esso monitori la situazione delle lingue minoritarie nell’Amministrazione, tenendo e aggiornando dettagliate statistiche sulle conoscenze linguistiche del personale e sulle misure adottate dai diversi uffici, esattamente come fa la Delegata federale al plurilinguismo. Sempre grazie alla Legge sulla trasparenza, è al contrario emerso che tale lavoro – avviato poco dopo l’attivazione del Servizio – è stato abbandonato nella primavera dell’ormai lontano anno 2022. Addirittura, neppure questi dati sarebbero mai stati completati (tanto che in un primo momento l’accesso mi è stato negato, asserendo che il documento fosse soltanto una bozza).

Gli ultimi dati completi, ad ogni modo, mostrano che già a partire dalla classe di stipendio 19 (collaboratore scientifico) la presenza di italofoni – inclusi quelli che dichiarano l’italiano come seconda lingua, sulla base di un’autodichiarazione! – scende a quote ben inferiori all’11,8% annunciato in Parlamento. Più si sale in alto nella gerarchia, più il numero di italofoni si assottiglia.*** Se la situazione è migliorata rispetto al passato, il Governo – quantomeno – non fa il minimo sforzo per dimostrarlo: bisognerebbe chiedersi per quale motivo. A ragione, dunque, la granconsigliera Biert ha polemicamente osservato che ai livelli più alti dell’Amministrazione non sia possibile contare negli anni alcuna funzionaria e alcun funzionario proveniente dal Grigionitaliano: «Se immaginassimo, per esempio, una società di contadini senza contadini, oppure un ufficio per le pari opportunità senza donne, ciò sarebbe considerato accettabile? Certamente no».

Facile dire, come è stato fatto in Gran Consiglio, che le deputazioni si incontrano una volta all’anno con il delegato del Servizio specializzato per il plurilinguismo e che, pertanto, non è necessario stilare alcun rapporto (quindi, se a Berna, invece, lo fanno, è perché hanno tempo da perdere). Ogni cosa venga detta durante tali incontri conta relativamente poco, perché rimane al livello di comunicazione ufficiosa. Mal che vada, se nel corso di una legislatura l’argomento fosse nuovamente sollevato in Gran Consiglio, basterà mettere insieme in fretta e furia qualche numero – senza soffermarsi a riflettere su come si debba leggerlo in rapporto all’insieme dei dati – per riuscire ad ammansire tutti, o quasi.

Ha fatto bene il già citato granconsigliere Zindel, con un mirabile discorso trilingue, a ricordare un recente sondaggio svolto dalla RSI («Patti Chiari») secondo cui per il 66% dei partecipanti gli italofoni in Svizzera avevano valide ragioni per considerarsi «cittadini di serie B» (quale sarebbe la risposta guardando al solo Cantone dei Grigioni?).

Deludente, invece, è stata la contraria affermazione del granconsigliere Michael, irritualmente espressa dopo l’intervento del capo del Dipartimento: «Io non mi sento un cittadino di serie B. E questo lo dico in modo molto chiaro perché credo che il modo di sentirsi dipende molto anche da come ci si atteggia». In poche parole, dunque, se molti grigionitaliani si sentono cittadini di serie B, la colpa sarebbe loro, dei loro «atteggiamenti». Insomma, che i grigionitaliani facessero seriamente lo sforzo di imparare il tedesco e la smettessero per una buona volta di lamentarsi!

Mi auguro vivamente che, in vista del prossimo appuntamento elettorale, il primo candidato grigionitaliano al Governo dopo oltre un decennio riesca a correggersi, esprimendo la volontà di sostenere la legittima rivendicazione delle donne e degli uomini di lingua italiana dei Grigioni ad essere «cittadini di serie A» non solo sulla carta, ma anche di fatto.

*** Parliamo di cifre. Confrontando i dati grezzi, risulta che nel 2022 gli italofoni nell’Amministrazione (senza Servizio traduzioni, tribunali e Scuola cantonale) ammontavano al 9,8% del totale, di cui solo il 6,2% di lingua madre. Nelle classi 25-28 gli italofoni madrelingua erano appena l’1,8%, nell’insieme delle classi 22-28 il 5,5%.

In tutta onestà bisogna riconoscere che, complessivamente, oggi il numero di italofoni sembra essere aumentato in proporzione superiore alla crescita dell’Amministrazione nel suo insieme. Purtroppo, come detto, il Governo non mette però a disposizione alcun dato circa la rappresentanza dell’italofonia tra i quadri di medio e alto livello, presenza che – secondo svariati studi – è determinante per la promozione del plurilinguismo, interrompendo il «circolo vizioso» delle assunzioni di persone appartenenti alla propria comunità linguistica.

In allegato i documenti ai quali si fa riferimento, in particolare:

- la risposta ottenuta dal DECA circa le candidature di italofoni nell'Amministrazione cantonale;

- i dati grezzi sulla rappresentanza delle comunità linguistiche nell'Amministrazione, lavoro mai completato e mai aggiornato dall'aprile 2022;

- l'estratto del verbale del Gran Consiglio del 18 ottobre 2025 concernente l'incarico Censi per una politica linguistica cantonale .

Contenuto pubblicitario