Sermone del 21.06.2026
(Marco 1, 14-22.35-38)
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo, infatti, sono venuto!».
(Marco 1, 14-22.35-38)
"Tutti ti cercano" (Marco 1, 37). Questa frase, detta dai discepoli, oggi può sembrarci esagerata. Se ci guardiamo intorno, la realtà di ogni giorno sembra un'altra: la maggior parte delle persone non pensa a Dio, non va in chiesa e vive tranquillamente come se Dio non esistesse. Verrebbe da dare ragione a chi dice che nessuno cerca più il Signore e che il mondo ha preso un'altra strada.
Eppure, questa frase è profondamente vera se impariamo a guardare oltre le apparenze. Che cos'è tutta la fretta in cui viviamo? Che cos'è quel correre continuo da un impegno all'altro, da un lavoro a un divertimento, da un acquisto a un altro ancora? È il tentativo di trovare qualcosa che ci dia pace, qualcosa che ci faccia stare bene non solo per cinque minuti, ma per sempre.
Pensiamo a quello che succede oggi con la tecnologia. Desideriamo l'ultimo modello di smartphone, lo compriamo e siamo felici per qualche settimana. Poi però ci guardiamo intorno, vediamo il modello successivo, oppure semplicemente ci abituiamo a quello che abbiamo, e quella felicità iniziale svanisce.
Sentiamo subito il bisogno di aggiornare qualcosa: il telefono, la macchina, il guardaroba. Perché facciamo così? Non è per pura superficialità, ma perché quell'oggetto prometteva di riempire un vuoto, e non ci è riuscito.
Questa rincorsa continua dimostra che il nostro cuore è programmato per qualcosa che non si consuma, per una felicità che non ha una data di scadenza. Questa grande insoddisfazione che proviamo dentro è già la prova che stiamo cercando qualcosa di più grande. In fondo, stiamo cercando Dio.
Se guardiamo la vita con gli occhi della fede, scopriamo che dietro ogni desiderio umano si nasconde questa ricerca.
Chi dichiara di non credere, spesso non rifiuta il Dio vero, ma un'idea sbagliata di Lui: un Dio severo, noioso o giudicante. In realtà, cerca una verità più autentica.
Chi insegue il denaro o il successo, a volte cerca solo una base sicura, una roccia su cui poggiare la vita per non avere più paura del futuro.
Chi cade negli eccessi o cambia continuamente una passione dietro l'altra, spesso esprime una fame disperata di amore, il bisogno di qualcuno da amare ed essere amato senza riserve.
Chi si impegna nella politica o nel sociale per cambiare il mondo, esprime il desiderio profondo di un mondo più giusto e umano, dove ci siano spazio per la pace e la comprensione.
Tutti, in qualche modo, cerchiamo la stessa cosa. Il problema è che spesso sbagliamo indirizzo. Cerchiamo la felicità dove non c'è, finendo per attaccarci alle cose materiali, al potere o all'egoismo, che poi ci lasciano più vuoti di prima.
Ma questa situazione lancia una sfida anche a chi si definisce cristiano o cristiana. Il pericolo più grande per una persona che si definisce credente è quello di essersi fermata. Spesso ci accontentiamo di una vita tranquilla, onesta, fatta di abitudini e di piccole regole morali, ma senza più entusiasmo. Abbiamo smesso di cercare davvero.
Quando la nostra fede diventa solo un'abitudine, rischiamo di essere meno spirituali di chi è lontano. Chi non crede, o chi commette errori ma sente un forte vuoto dentro, può paradossalmente diventare un esempio. Ci ricorda cosa significa desiderare la verità. Gesù lo diceva chiaramente ai religiosi del suo tempo, a chi si sentiva già "a posto": "Le persone scartate dalla società e i peccatori vi passano avanti nel Regno di Dio".
La comunità dei credenti non dovrebbe essere un club di persone arrivate e tranquille, ma un gruppo di camminatori, di cercatori che non si accontentano.
Oggi vogliamo rimetterci in cammino, tutti insieme. Facciamo nostra la domanda dei primi discepoli: "Signore, dove abiti? Dove ti possiamo trovare?". E ascoltiamo la sua risposta, semplice e diretta: "Venite e vedrete". Cerchiamo Dio non nelle nostre idee comode, ma nella realtà di ogni giorno, imparando ad amare e a servire Dio e gli altri con cuore aperto e sincero.
Pastore Paolo Tognina