Sermone del 03.05.2026
(Matteo 5, 13-16)
“Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5, 13-16)
Gesù si rivolge a quelli che lo ascoltano dicendo che essi sono il “sale della terra”. A che cosa serve il sale? Serve a proteggere un cibo dal deterioramento e a conferirgli il suo specifico gusto.
Se applichiamo l'immagine del sale alle donne e agli uomini che oggi ascoltano le parole di Gesù, significa che siamo chiamati a dare gusto alla vita degli esseri umani e del creato, cioè a promuovere la vita nelle sue varie forme.
Le parole di Gesù non sono un invito a cristianizzare il mondo o a trasformarlo in chiesa, bensì a impegnarsi affinché tutte le donne e tutti gli uomini e anche l’intero creato possano realizzare quel che Dio ha voluto per loro. In altre parole, che possano essere quel che dovrebbero essere in base alla loro origine: uomini, terra, mondo - la buona creazione di Dio.
Gesù mette tuttavia in guardia da un pericolo: “Se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via”.
In altre parole, dei cristiani e delle cristiane che hanno perso la passione e lo slancio, che si sono ritirati, che non dialogano con il mondo, che non hanno più alcun sapore meritano di essere gettati via insieme a tante altre visioni del mondo, ideologie e teorie che si sono dimostrate inutili.
Gesù usa anche un’altra immagine, quella della “luce del mondo”: questa luce è evidentemente la luce della fede in Dio. È una luce che non fa vedere ai cristiani un mondo diverso da quello in cui viviamo, ma che permette di vedere in modo diverso questo mondo. E ciò che crea questo sguardo diverso è appunto la fede.
Ora, guardare il mondo con gli occhi della fede significa vederlo come non lo si era mai visto prima, significa sperimentare una “illuminazione”: come le nuvole si diradano al di sopra di un paesaggio e questo si illumina quando il sole filtra attraverso di esse, e tu vedi ciò che prima non vedevi e ora ti è perfettamente chiaro.
Questa “illuminazione” avviene secondo il modello dell'amore che si traduce in “opere buone”, in modo così evidente e pubblico come lo è una “città posta sopra un monte”.
“Sale della terra”, “luce del mondo”, “città sopra un monte”: stiamo attenti a non lasciarci ingannare da queste immagini. Esse non hanno nulla di trionfalistico, non si riferiscono a una riconquista cristiana della società: sono state pronunciate da Gesù duemila anni fa, quando il suo movimento comprendeva solo uno sparuto gruppo di discepoli, sono dunque parole che parlano di vita nella diaspora, cioè di vita di singoli, di piccoli gruppi, sparsi su un grande territorio.
Oggi cristiane e cristiani ricominciano a vivere in una situazione di diaspora. L'epoca della chiesa di popolo è ormai alla fine. Il passato non ritornerà più. È tramontato il tempo dei grandi numeri. Nel futuro, che già è cominciato, la voce di chi confessa Cristo svolgerà con ogni probabilità un ruolo appena modesto nella società.
Ma la questione decisiva non è questa, la questione decisiva consisterà nel vedere se la presenza cristiana diventerà più piccola o più timida e impaurita, cioè se si rinnoverà diventando una minoranza creativa o se si atrofizzerà rinchiudendosi in sé stessa.
Nel travaglio che le chiese cristiane stanno attraversando sono presenti anche delle opportunità: il cambiamento in atto potrebbe liberare le chiese, e le cristiane e i cristiani, dalla volontà di potenza e renderli insensibili al fascino del culto del successo. Potrebbero imparare a vivere in modo più libero la propria fede, diventando una minoranza creativa nella società.
Oggi le cristiane e i cristiani possono capire che non devono conquistare la Terra, che non devono conformarsi al mondo, ma possono essere liberi di andare dentro il mondo per impegnarsi a suo favore: in quanto sale della terra e luce per la strada.
Cristiane e cristiani consapevoli del proprio ruolo di minoranza creativa nella società, possono:
- tenere viva la memoria dei fondamenti sui quali poggia l'essere umano, e che egli stesso tende costantemente a scalzare;
- porre in modo radicale la questione sul senso della realtà, non trascurando quindi il problema della colpa, del dolore, del decadimento e della morte;
- illuminare gli angoli del mondo tecnico-scientifico e le sue gigantesche costruzioni sociali, facendo luce sui problemi umani dimenticati;
- introdurre elementi di discontinuità in ogni forma di continuità ovvia e scontata, in ogni forma di routine;
- esercitare una funzione critica nei confronti del progresso e stimolare una seria riflessione sull’uso delle risorse naturali;
- considerare le proprie istituzioni come necessarie, ma allo stesso tempo anche come provvisorie;
- tenere sempre aperta una finestra, per poter guardare il cielo.
E tutto ciò non solo in parole e pensieri, ma in parole e nei fatti. Affinché la città di Dio non rimanga nascosta agli abitanti di questo nostro mondo.
Pastore Paolo Tognina