Forza della debolezza

Dio ci invita ad essere niente di meno e niente di più che una comunità che fa affidamento sulla sua parola. Una parola che parla di giustizia, di pace, di libertà, di perdono. E che chiede di essere messa in pratica.

Sermone del 15.05.2026
(Isaia 55, 6-11)

Cercate il Signore mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri: si converta al Signore che avrà pietà di lui e al nostro Dio che perdona abbondantemente.
“Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie”, dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. E come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare così da dare seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza avere compiuto quello che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata”
(Isaia 55, 6-11)

Il nostro testo è opera di un anonimo discepolo del profeta Isaia che opera nel periodo più drammatico della storia d’Israele: quello dell’esilio a Babilonia.

Si tratta di un periodo caratterizzato da una triplice debolezza: debolezza del popolo (l’intera popolazione di Gerusalemme è stata deportata a Babilonia); debolezza della struttura religiosa (il tempio non c’è più, i sacerdoti non possono svolgere più il loro servizio, e anche la voce dei profeti risulta affievolita); debolezza (apparente) della Parola di Dio, che tuttavia viene rivolta al profeta per sottolinearne l’efficacia.
In quel tempo, caratterizzato da una triplice debolezza, risuona la voce di Dio, riferita dal profeta.

I pensieri degli esseri umani sono lontani da quelli di Dio come il cielo è lontano dalla terra, dice Dio. Ma c’è una buona notizia: è possibile avvicinare la terra al cielo! Lo strumento per realizzare tale avvicinamento, afferma il profeta, è la parola di Dio.
A sottolineare questa affermazione, segue un’immagine: come la pioggia e la neve scendono dal cielo e fecondano la terra, così è della parola di Dio.

In prima battuta, sembra essere un’immagine zoppicante: i due fenomeni sono molto diversi. La parola pronunciata in una situazione particolare può incontrare infatti la fede, ma anche l’incredulità, può essere compresa, ma anche rimanere incompresa. La pioggia o la neve, invece, hanno la forza dei fenomeni naturali. La parola è uno strumento debole, la pioggia e la neve sono in qualche modo irresistibili.

Il profeta non si lascia disorientare da questa constatazione, e insiste: come la pioggia e la neve non tornano al cielo senza aver irrigato la terra e senza averla resa fertile, così la parola di Dio, nonostante la sua apparente debolezza, nonostante la debolezza del messaggero che la porta, nonostante la stessa debolezza degli uditori - un popolo esiliato e disorientato -, non torna a Dio a vuoto, ma produce il suo effetto, raggiunge lo scopo per il quale Dio l’ha mandata.

Il profeta incalza: l’efficacia della parola ha tempi lunghi, ma anche la pioggia non fa germogliare il grano da un giorno all’altro.
Ciò vale ancor di più per la neve: anzi, la neve sembra bloccare la fertilità della terra, ma quando la neve si scioglie la terra si risveglia e pian piano fa germogliare il grano. Il profeta conclude affermando che la Parola di Dio è come la neve: sotto il manto bianco, che pare indicare assenza di vita, la vita nuova sta per germogliare.

Che cosa può dirci questo testo nella nostra situazione? Per molti versi la nostra situazione è simile a quella in cui opera l’anonimo profeta. Anche noi viviamo una sorta di esilio, anche noi sentiamo la triplice debolezza che abbiamo messo in evidenza:

- debolezza del popolo di Dio: disorientato e confuso, rassegnato; un popolo orfano del tempio, secolarizzato e circondato da idoli pagani che incombono e attraggono

- debolezza dei messaggeri: la comunità cristiana nelle società occidentali, per quanto a volte tenti di imporsi, è diventata una minoranza incapace di farsi ascoltare

- debolezza della parola biblica, che ci sembra poco attraente, lontana, facilmente strumentalizzata, poco efficace di fronte ad altre parole che sembrano onnipotenti, onnipresenti, seducenti come la televisione, internet o la pubblicità

Di fronte a queste debolezze la chiesa è indotta in tentazione. È tentata di rafforzare il legame tra popolo e chiesa utilizzando strumenti di potere. È tentata di dare più potere ai messaggeri, puntando tutto su capi carismatici e autoritari. È tentata dal fondamentalismo, cioè dalla pretesa di avere una chiave infallibile per interpretare le Scritture, dimenticando che noi siamo solo degli umili testimoni e decifratori di una Parola che è infinitamente al di sopra di noi: “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”, dice il Signore.

Ma c’è anche la tentazione di rendere più “seducente” la Parola di Dio, utilizzando per l’annuncio evangelico le tecniche pubblicitarie commerciali o la stessa teatralità dozzinale di certi show televisivi. Ma l’apostolo Paolo (1 Cor 2, 1-5) ci mette in guardia da questa tentazione sottolineando di non essere venuto “con eccellenza di parola o di sapienza”, o con “discorsi persuasivi”.
Nessuna parola seducente, dunque, nessun ricorso alla “sapienza umana”, niente “effetti speciali”: solo questa nuda parola, questa parola apparentemente debole, in cui si nasconde la potenza di Dio.

La Riforma protestante - è stato detto - ci ha tolto tutto: ci ha lasciato solo la Bibbia. Questa parola apparentemente così fragile, così facilmente strumentalizzabile, così poco seducente perché forte e angolosa, perché scarna e scomoda: Dio ci invita ad avere fiducia in questa “parola nuda”, a non cercare altrove la nostra sicurezza, a non cedere alle tentazioni del potere umano o della spettacolarizzazione, ma a confidare in questa parola che produce il suo effetto nonostante la sua apparente debolezza e soprattutto nonostante la nostra debolezza di servitori a volte inadeguati e di ascoltatori spesso sordi.

Dio ci invita ad essere niente di meno e niente di più che una comunità che fa affidamento sulla sua parola. Una parola che parla di giustizia, di pace, di libertà, di perdono. Una parola che dobbiamo sempre di nuovo imparare a pronunciare con mitezza ma anche con fermezza; senza arroganza ma anche senza paura; senza appoggi di potere, senza effetti speciali.

Che il Signore ci aiuti a trovare il centro della nostra fede, la sua sorgente inesauribile, a livello personale e comunitario, in questa parola vivente, feconda ed efficace.

Pastore Paolo Tognina

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