Sermone del 18.01.2025
(Matteo 8,18-27)
Gesù sali sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta, che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di piccola fede?”. Poi, alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: “Chi è mai costui, al quale i venti e il mare ubbidiscono?”.
(Matteo 8,18-27)
Tra la barca a bordo della quale si trovano i discepoli e Gesù, sballottata dalla tempesta, e la barca del nostro mondo, sulla quale ci troviamo noi, che naviga in questo tempo incerto e carico di tensioni, non mancano sorprendenti analogie.
Siamo tutti nella stessa barca. “Tutti” vuol dire proprio “tutti”. Tutti i discepoli ma anche Gesù corrono lo stesso pericolo: se la barca dovesse capovolgersi per l'urto delle onde, tutti rischiano di andare a fondo.
Allo stesso modo, anche noi, l’umanità intera, sempre più consapevoli di avere a disposizione solo questo mondo (e nessun mondo di scorta, checché ne dica il miliardario che farnetica di una migrazione verso Marte), condividiamo tutti lo stesso destino, nessuno escluso.
La barca, l'unica barca per tutti, è nella tempesta. Una vera tempesta, non solo raccontata, ma vissuta. Una tempesta di fuori, ma anche una tempesta di dentro: all'agitazione delle onde corrisponde l'agitazione degli animi. È la situazione in cui si trovano i discepoli a bordo della barca che naviga sul lago di Galilea, ma è anche la nostra situazione in questo mondo inquieto, caratterizzato da feroci conflitti, guerre, crescente instabilità geopolitica ed ecologica, in cui siamo assediati da ansie e preoccupazioni per il presente e il futuro prossimo.
La tempesta arriva quando nessuno se l’aspettava. Se ci fosse stato qualche segnale – qualche nuvolone nero in cielo, oppure un servizio meteorologico in grado di prevedere la tempesta – Gesù e i discepoli forse non si sarebbero imbarcati, non avrebbero iniziato la traversata del lago.
In modo simile, l’attuale instabilità globale è arrivata senza preavviso tanto che, all'inizio, quasi tutti ne hanno sottovalutato la gravità e pericolosità. Prova ne è l’imbarazzo, l’impreparazione e i balbettii con cui anche i leader di molte nazioni – e non parliamo di staterelli di secondaria importanza, ma di nazioni di primo piano sulla scena mondiale – reagiscono al precipitare degli eventi.
Anche le chiese sono state colte di sorpresa, tanto che non sanno che cosa pensare né che cosa dire, se non le solite frasi di circostanza. Non sanno, o non osano o non vogliono interpretare il fenomeno, si limitano ad amministrare l’esistente.
Gesù, sulla barca, dorme. È l'unica volta in cui si parla di un Gesù addormentato. Non lo sveglia neppure la tempesta, non lo svegliano il fragore delle onde né il rumore del vento; lo svegliano i discepoli disperati.
Questo sonno di Gesù è di una attualità sorprendente. È proprio quello che pensano tanti nostri contemporanei: “Dio dorme”. Quando uno dorme è come se non ci fosse, anche se c'è. E molti nostri contemporanei pensano infatti che Dio proprio non ci sia, non esista per niente.
Dopo avere riconosciuto queste analogie, chiediamoci: qual è il messaggio che l’episodio della tempesta sul lago di Galilea trasmette a noi?
Il primo è una semplice constatazione: nell'esperienza umana c'è anche la tempesta. Non c'è solo il cielo sereno e il mare calmo – quella semmai è l’illusione che gli innumerevoli venditori di fumo, particolarmente attivi nella nostra epoca, insistono nel volerci presentare – c’è anche il cielo scuro e il mare in tempesta. Ci sono tempeste nella natura, nella storia collettiva, nella storia individuale e familiare, ce ne sono nella chiesa e nella società. Ci sono tempeste esteriori e interiori, che aggrediscono il corpo oppure l'anima, la psiche, gli affetti e i sentimenti. Nessuna vita ne è esente. La tempesta fa parte di questo mondo e di questa vita. Non c'è da stupirsi e nemmeno da scandalizzarsi, fanno parte, purtroppo, della normalità della vita.
Il secondo è legato alla domanda: Da dove viene la tempesta? Per quanto concerne la tempesta sul lago di Galilea, non si trovano, nel testo, elementi che permettano di stabilire da dove venga né perché arrivi. Non viene dagli uomini, non dai discepoli, non da Gesù, non dalla folla delusa perché Gesù se ne è andato. Sarebbe mandata da Dio? C'è chi lo sostiene: Dio manderebbe delle calamità per far rinsavire un'umanità che sembra non capire altri discorsi. Non credo assolutamente che sia così.
Vale la pena ricordare ciò che scrisse il pastore Dietrich Bonhoeffer in una lettera dal carcere di Tegel, a Berlino, nel dicembre 1943. “È vero che non tutto ciò che accade è semplicemente volontà di Dio”, scrisse Bonhoeffer, “ma in fondo non accade nulla senza la volontà di Dio, cioè in ogni avvenimento, anche il più infelice, passa un sentiero che porta a Dio”. Che cosa vuol dire?
Vuol dire due cose: la prima è che il male non è volontà di Dio, la disperazione e la morte non sono volontà di Dio. Dio vuole il bene, e non il male. Dio lotta contro il male, è unilateralmente per la vita, non per ciò che nega la vita.
La seconda è che di ogni avvenimento, anche del più infelice, non dobbiamo innanzitutto chiederci: “Da dove viene?” quanto piuttosto: “Dove ci può portare?”, perché in ogni avvenimento c'è un sentiero che porta a Dio e la volontà di Dio è proprio questa: che attraverso quello che accade, noi andiamo a lui, e impariamo a fare la sua volontà.
Si tratta, in altre parole, di rovesciare la nostra prospettiva, di passare da un atteggiamento passivo, potenzialmente vittimista, a un atteggiamento attivo, che ci permetta di reagire. E qui cito un presidente americano – uno di quelli che, a differenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca, e malgrado avesse anche lui qualche pecca, sapevano indicare obiettivi positivi – John F. Kennedy, il quale chiuse il discorso inaugurale della sua presidenza dicendo: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.
Varrebbe la pena, se ne avessimo il tempo, dedicare qualche minuto a riflettere che chiesa saremmo se facessimo nostra questa prospettiva, e invece di lamentarci per il declino della nostra visibilità e considerazione nella società, ci chiedessimo: “Che cosa possiamo fare per il bene della società in cui viviamo”…
Il terzo è che Gesù, quando si scatena la tempesta, è anche lui a bordo della barca. Il racconto della tempesta sul lago di Galilea è una sorta di parabola di Dio, perché ci ricorda, narrativamente, che Dio è con noi.
È passato da poco tempo Natale, e a Natale abbiamo sentito il racconto dell’angelo che, annunciando a Giuseppe la nascita di un figlio, gli suggerisce il nome da dargli: “Emmanuele”, che tradotto vuol dire “Dio con noi” (Matteo 1,23). Questo è Gesù: Dio con noi, nella nostra barca, e se la barca è nella tempesta, anche lui è nella tempesta. Non fuori, non accanto, non lontano, non altrove. Gesù vuol dire questo, che Dio non è senza di noi e noi non siamo senza di lui.
Gesù dunque - il Dio con noi - è nella barca e nella tempesta, ma dorme. Perché dorme? Per disinteresse? Per negligenza? Per incoscienza? No, dorme perché non ha paura, a differenza dei discepoli che invece hanno paura. Dorme perché conosce le parole del Salmo: “Ecco colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (121,4), e non solo le conosce, ma crede nella promessa che esse contengono. Chi ha paura non può dormire. Chi non ha paura, invece, può dormire. È sicuro che Dio, che ha creato il mare e il vento, può placare entrambi. Ed è talmente sicuro che sia così, che lo fa lui nel nome di Dio.
Il quarto riguarda la fede dei discepoli. Sulla barca, nella tempesta, i discepoli hanno tutti paura. Non ce n'è nemmeno uno che non abbia paura. E perché hanno paura? Perché hanno una “fede piccola”.
Ciò che Gesù rimprovera ai discepoli – e, indirettamente, anche a noi – non è di avere “poca fede”, ma di avere una “fede piccola”. Cioè, una fede che si rassegna prima ancora di cominciare, una fede in qualche modo “limitata”, “frenata”, una fede che non osa tradursi in pratica, in azione creativa, una fede che pensa appunto “in piccolo”, invece di sviluppare coraggiosamente nuove soluzioni.
La fede piccola è quella di chi pensa in piccolo. La fede piccola è quella di chi ritiene che essa vada vissuta nel privato, quasi di nascosto, e che non riguardi la sfera pubblica. La fede piccola è quella di chi pensa che “si è sempre fatto così” e perciò non si può cambiare. La fede piccola è quella per cui “di certe cose è meglio non parlare” e dunque copriamo tutto col silenzio. La fede piccola è quella di chi non riesce a guardare oltre la punta del proprio naso e non vede l’altro, l’altra, e le sue domande, le sue necessità, la possibilità di condividere. La fede piccola è una fede che rende piccoli, poveri di iniziative, aridi, indifferenti…
Proprio nella tempesta – oltre che nelle giornate di bel tempo – servirebbe una fede non piccola. Perciò, concludendo, possiamo associarci alla richiesta dei discepoli a Gesù che dorme: “Signore, salvaci, siamo perduti!” (v.25), salvaci dalla tempesta. E aggiungiamo: allarga la nostra fede, fa’ che acquisti respiro, impari a vedere, diventi generosa, osi andare oltre l’ordinario, osi pensare e fare quello che Dio pensa e fa.
Pastore Paolo Tognina