Sermone del 29.03.2026
(Isaia 42,1-4)
Dice il Signore: “Questo è il mio servo che io sostengo, l’ho scelto perché lo amo. L’ho riempito del mio spirito, perché diffonda la mia legge tra tutti i popoli. Egli non griderà né alzerà la voce, non farà grandi discorsi nelle piazze. Se una canna è incrinata, non la spezzerà, se una fiamma è debole, non la spegnerà. Egli farà conoscere la legge vera (Isaia 42,1-4)
Questo testo fa parte di una serie di “canti”, che hanno per oggetto una misteriosa figura, scelta da Dio per risollevare il popolo di Israele in esilio e per estendere a tutti i popoli la salvezza.
Nella figura del “servo” umile, i cristiani hanno riconosciuto una profezia del Cristo.
Il testo si apre con le parole: “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, ed egli manifesterà la giustizia alle nazioni”.
La formula ricorda, da un lato, le parole con cui si designavano i re d’Israele, e dall’altro, da un punto di vista cristiano, il battesimo di Gesù, con lo Spirito che scende e le parole di Dio: “Questo è il mio diletto figlio, nel quale mi sono compiaciuto”.
Segue una sorta di “identikit” che sottolinea la novità di questo servo rispetto ad altri servi del Signore. In che cosa consiste questa diversità del “servo”?
In primo luogo, la sua predicazione si caratterizza per la sua sobrietà. Il servo “non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade”. Significa forse che il Messia tacerà, che il suo messaggio sarà per pochi iniziati? No, perché egli è chiamato a manifestare “la giustizia alle nazioni”. Ma lo farà con uno stile sobrio, evitando i toni del comizio di piazza, dal discorso gridato.
Se guardiamo alla vita di Gesù scopriamo che essa corrisponde in pieno a questa profezia: Gesù si rivolge sì alla gente, ma non ama le grandi piazze. Predica soprattutto nei villaggi e in luoghi deserti; e i suoi discorsi non sono mai gridati: parla in parabole, partendo dalle cose semplici di tutti i giorni come un seme piantato nel terreno, il lievito che la donna mette nella pasta, la rete che i pescatori gettano in mare.
La seconda caratteristica dello stile del servo è la misericordia.
Il servo di Dio “non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”. Il riferimento è alla prassi giudiziaria del tempo: il funzionario eseguiva simbolicamente una condanna, entrando nella casa del condannato, spezzando il bastone che serve a camminare e rompendo la lampada di terracotta che serve ad illuminare la casa. Misericordia, dunque, come secondo elemento caratteristico della missione del servo: anche qui troviamo una corrispondenza evidente nell’azione pastorale di Gesù, rivolta in primo luogo verso le fasce emarginate della popolazione, verso che coloro erano esclusi dalla salvezza: peccatori, prostitute, pubblicani.
Manifesterà la giustizia secondo verità, prosegue il testo; nel contesto di Isaia il giudizio vero annunciato alle nazioni è questo: gli idoli pagani non sono che vanità, ma è sufficiente accostarsi all’unico Dio per ottenere la salvezza, anche se si viene dal paganesimo. Il compito del servo è quello di annunciare a chi era escluso dalla salvezza che questa salvezza è ora aperta a tutti.
Terzo elemento della predicazione del servo: “egli non verrà meno né si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra”.
Nonostante il carattere sobrio di questo Messia, nonostante la sua mitezza, egli porterà a termine la sua missione. Anche qui troviamo un parallelo con Gesù: la croce, apparente sconfitta di Gesù, si rivelerà essere una vittoria; la sua debolezza si mostrerà più forte della potenza dei potenti.
E così - conclude il testo - le isole (cioè i paesi più lontani) aspetteranno fiduciose la sua legge, o meglio il suo insegnamento.
Anche oggi, le isole attendono l’insegnamento di Cristo; anche oggi c’è nel mondo una grande sete di salvezza, e Cristo vuol servirsi di noi per rispondere a questa sete, a questa attesa. Se il servo sofferente è stato identificato dai cristiani nello stesso Gesù Cristo, un’altra interpretazione vede in questa figura una personificazione dello stesso popolo di Dio.
In senso derivato, quindi, possiamo essere anche noi i servi dell’Eterno: ma per essere servi autentici occorre che la nostra predicazione e il nostro stile comunitario siano conformi a quello del servo e di Gesù stesso.
Occorre dunque che la nostra missione sia ispirata allo stile del servo: sobrietà, attenzione misericordiosa verso i poveri, capacità di resistenza.
Sobrietà, anzitutto: noi viviamo in un mondo in cui va di moda il discorso gridato. La politica si è trasformata in spettacolo, e la rissa ha preso il posto del confronto civile. Questo stile si riflette purtroppo anche talvolta nella predicazione cristiana.
Il libro di Isaia e i Vangeli ci indicano un’altra strada. Non si tratta di rinunciare all’uso dei mass media, ma di trovare uno stile realmente evangelico nel loro uso, rifuggendo sia dalle trovate pubblicitarie volgari che dal ricorso allo stile autoritario tipico dei capi carismatici.
Secondo, attenzione misericordiosa verso i minimi. Nella predicazione cristiana, l’Evangelo, ovvero la buona notizia, ha la precedenza sulla predicazione del giudizio, e che il “giusto giudizio” che la Bibbia annuncia è un annuncio di salvezza per tutti, e particolarmente per i poveri e gli emarginati.
Infine, capacità di resistenza. Come chiese non siamo chiamati ad azioni spettacolari, ma ad agire nel quotidiano, talvolta nell’oscurità.
La via che Dio sceglie per portare a compimento i suoi piani è una via difficile, proprio perché evita la scorciatoia della violenza, dell’atto di forza, del potere. Proprio per questo abbiamo bisogno di resistere, di non lasciarci abbattere, anche se abbiamo la sensazione di essere perdenti, ma di continuare la nostra opera sobria, silenziosa e misericordiosa, confidando nella potenza di Dio che - per il servo, per Cristo come per noi - si manifesta a volte nell’apparente debolezza.
Pastore Paolo Tognina