(Luca 23,44-49)
Sermone del 03.04.2026
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest'uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo. (Luca 23,44-49)
C’è un famoso canto spiritual il cui ritornello suona così: “C’eri tu, alla croce di Gesù?” La domanda, nel canto, resta senza risposta. Ma, sulla base delle testimonianze bibliche, siamo in grado di dare una risposta negativa. No, non c’ero, non c’eravamo. E non solo perché all’epoca dei fatti non eravamo ancora nati, ma soprattutto perché siamo discepoli di Gesù. E proprio i discepoli, alla croce, non c’erano: c’erano le folle, c’erano i soldati, c’erano i magistrati, ma i discepoli no.
Questa affermazione va precisata. Perché ogni racconto della passione ha le sue particolarità. In Marco e Matteo i discepoli sono completamente assenti: solo le donne, da lontano, assistono alla crocifissione. Nel Vangelo di Giovanni, invece, le donne sono proprio sotto la croce, e insieme a loro c’è un discepolo, l’unico rimasto fedele: il discepolo che Gesù amava. Ma nel testo di Luca, che abbiamo letto, dove sono i discepoli?
Apparentemente sembrano assenti, A ben guardare, però, accanto alle donne, sono menzionati i “conoscenti”. E chi sono questi conoscenti che assistono da lontano alla crocifissione, se non i discepoli stessi?
L’evangelista, però, sembra aver ritegno a chiamarli col nome di “discepoli”. Discepoli: è un termine troppo impegnativo, come quello di apostolo: perché il discepolo segue il suo Signore, e l’apostolo - letteralmente l’inviato - va dove il Signore lo invia. Non così i discepoli di Gesù, che al momento della difficoltà lo hanno abbandonato e si accontentano di seguire la sua vicenda da lontano.
Proprio per questo, probabilmente, Luca usa questo termine insolito di “conoscenti”: perché quelli che un tempo sono stati discepoli del Signore, e che ancora lo saranno dopo la risurrezione, sono stati sì alla croce, ma non da discepoli né da amici. Ci sono stati da semplici “conoscenti”, alla lontana; timorosi di avvicinarsi più di tanto, di essere coinvolti più direttamente nella vicenda del loro Maestro. E per questo retrocessi al rango di semplici “conoscenti”: poco più che estranei.
“Ai piedi della croce il tuo dolore atroce contemplo o Salvator”, recita un nostro antico inno. Ebbene, non è stato così per i discepoli. Non ai piedi, ma prudentemente lontani dalla croce essi hanno contemplato - in realtà hanno solo intravisto - il dolore e la passione di Cristo.
La croce invece va contemplata da vicino, non da lontano. Questo vale anzitutto sul piano spirituale. Esiste un diffuso atteggiamento di “distanza” che fa sì che molti cristiani, più che discepoli del Signore, siano dei suoi lontani “conoscenti”.
Il messaggio cristiano ci sta bene, certo, ma non vogliamo lasciarci coinvolgere più di tanto; troviamo interessante e utile la chiesa con le sue attività, ma preferiamo rimanere sempre degli spettatori piuttosto che degli attori attivamente impegnati della sua vita. E, soprattutto, abbiamo paura di lasciarci coinvolgere personalmente da Gesù; abbiamo paura di metterci davvero “ai piedi della croce”, di instaurare un rapporto stretto con Gesù, di accettarlo come guida della nostra vita.
Ogni credente deve “afferrare Cristo”, come diceva Lutero, afferrarlo e farlo proprio: come un dono che è fatto a ciascuna e ciascuno di noi. E ciascuno e ciascuna deve smettere di essere solo uno spettatore.
Ma c’è anche un altro aspetto. Se decido di afferrare Gesù, di aggrapparmi a lui, non potrò limitarmi al piano spirituale. La contemplazione della croce ha delle conseguenze sul piano dei rapporti con il prossimo.
Contemplando la croce sarò invitato a contemplare - e ancora una volta da vicino, e non da lontano - la croce dell’essere umano, e ad esercitare la com-passione. Chi ha accettato Gesù sa di essere chiamato alla solidarietà con il prossimo, e particolarmente col prossimo crocifisso, col prossimo sofferente.
Dalla croce di Gesù, dunque, passiamo alla croce dell’essere umano. E anche qui dobbiamo constatare una tendenza imperante a starsene “lontani”.
Oggi, più di un tempo, questa tendenza è forte, perché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione fa sì che tutti i giorni abbiamo davanti agli occhi la croce dell’umanità: solo che la guardiamo da lontano, in TV, sullo schermo del cellulare, e finiamo per non farci più caso.
Siamo talmente abituati a guardare da lontano la sofferenza umana, che siamo vaccinati contro di essa. Non ci fa più nessun effetto. È diventata uno “spettacolo”.
È molto significativo che nel nostro testo l’evangelista Luca parli proprio di una folla che assiste ad uno “spettacolo” (v. 48).
Ma il racconto di Luca, pur constatando con una punta di amarezza che i discepoli di Gesù sono rimasti distanti dalla croce, ci parla anche di un duplice miracolo.
Anzitutto quello di un “attore” direttamente coinvolto nello “spettacolo” dalla parte del potere, il centurione romano, un pagano che davanti alla croce si converte e si mette a glorificare Dio, esclamando: “Veramente, quest’uomo era giusto”.
E poi un secondo miracolo, quello degli “spettatori”: il ravvedimento di quella stessa folla venuta a vedere la crocifissione come si va alla corrida o allo stadio, e che ora se ne torna a casa battendosi il petto.
Che simili miracoli possano compiersi anche per noi, oggi.
Pastore Paolo Tognina