Buongiorno a tutte e a tutti,
siamo qui oggi per parlare dell’iniziativa “200 franchi bastano” e delle sue conseguenze concrete, spesso poco discusse, sull’informazione e sull’italianità in Svizzera. Voglio evidenziare l’impatto che l’accettazione della iniziativa avrebbe per chi in Svizzera vuole essere informato in italiano.
Non mi piace parlare di minoranza perché è un concetto superato: la Svizzera Italiana è una parte della Svizzera, come le valli del Grigioni taliano sono una parte dei Grigioni e senza una parte, per piccola che essa sia, l’insieme non è completo.
Questa iniziativa viene presentata come una semplice misura di risparmio. Ma in realtà non è una questione solo economica: è una scelta politica e culturale che tocca il cuore del nostro servizio pubblico e del modello di convivenza svizzero.
Ridurre drasticamente il canone radiotelevisivo significa indebolire la SSR. E quando la SSR si indebolisce, le prime realtà a soffrirne sono le regioni linguistiche minoritarie e chi nella diaspora parla e si informa in italiano.
Per il Ticino e per le comunità italofone fuori cantone, la RSI non è un lusso:
è una voce,
è un ponte,
è uno strumento essenziale di coesione nazionale.
Vogliamo parlare di diritti? Si, certo: anche chi abita nella Svizzera Italiana o parla Italiano nella diaspora ha diritto di essere informato in italiano non solo di quanto accade o è rilevante qui, ma anche su quanto accade ed è rilevante in Svizzera ed internazionalmente.
Un’informazione forte in lingua italiana garantisce pluralismo, qualità giornalistica, approfondimento e rappresentanza. Senza risorse adeguate, tutto questo viene messo seriamente a rischio: meno programmi, meno redazioni, meno presenza sul territorio, meno spazio per la cultura e per il dibattito democratico.
Chi sostiene che “200 franchi bastano” ignora una realtà fondamentale: produrre informazione di qualità in un paese multilingue costa, ma è proprio questo investimento che rende la Svizzera un caso unico. Tagliare in modo lineare significa accettare una Svizzera più povera culturalmente e più sbilanciata a favore delle regioni maggioritarie.
La domanda che dobbiamo porci non è solo “quanto paghiamo”, ma che tipo di Svizzera vogliamo.
Una Svizzera in cui tutte le lingue contano allo stesso modo,
oppure una Svizzera in cui le minoranze diventano marginali?
Difendere l’informazione in lingua italiana non significa difendere un privilegio. Significa difendere un principio costituzionale, quello della parità linguistica, e un diritto democratico: l’accesso a un’informazione indipendente, affidabile e vicina ai cittadini.
Per questo motivo diciamo con chiarezza che questa iniziativa, così com’è formulata, mette a rischio l’italianità in Svizzera. Non è un allarme astratto, ma una conseguenza diretta e concreta.
Oggi chiediamo responsabilità, consapevolezza e una visione a lungo termine. L’informazione non è una spesa superflua: è un investimento nella democrazia, nella coesione nazionale e nel rispetto delle nostre diversità.
Claudio Lardi