Il valore della memoria

La riflessione di Paolo Tognina che ci avvicina al Giorno della Memoria di martedì 27 gennaio 2026.
26.01.2026
3 min
Una mano tiene una fotografia in bianco e nero che ritrae tre bambini, davanti a una casa abbandonata con recinzione e alberi autunnali. Sullo sfondo,
Anita Jankovic - unsplash.

Si avvicina il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, data in cui – ottantuno anni fa – l’Armata Rossa raggiunse i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. La ricorrenza porta con sé, anno dopo anno, numerose domande.

Già un decennio fa la scrittrice e docente di cultura ebraica Elena Loewenthal, in un breve testo intitolato “Contro il Giorno della Memoria”, contrapponeva, al dovere della memoria, il diritto all’oblio. E aggiungeva: il Giorno della Memoria, oggi è diventato “un grande errore collettivo di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa”.

Contro il Giorno della Memoria

Amari interrogativi sono stati espressi, la scorsa settimana, sulle pagine del quotidiano “La Regione”, anche da Andrea Ghiringhelli: “Serve ricordare? Servono le commemorazioni con i discorsi ufficiali a ripetere ‘mai più’?” Lo storico, già direttore dell’Archivio di Stato e delle Biblioteche cantonali di Bellinzona e Locarno, concludeva: “Come si può ripetere “mai più” (ai massacri, alla disumanizzazione della politica) di fronte allo scempio in atto in questi anni?”.

In effetti, il Giorno della Memoria corre il rischio, oggi, di diventare il cappello che nasconde il fallimento delle nostre coscienze. Per dirla con le parole di Martin Wolf, giornalista del Financial Times: l’Homo Sapiens di sapiente ha veramente poco, incline com’è “a orge di stupidità, brutalità e distruzione”: Ucraina, Gaza, Cisgiordania, Iran e gli altri massacri in giro per il mondo sono lì a confermarlo”.

Il vizio del dimenticare

Detto questo, e ribadito che il Giorno della Memoria è un’iniziativa costantemente minacciata dal pericolo di scivolare in una superficiale retorica priva di mordente, mi preme però sottolineare la necessità di non buttare a mare l’esercizio del ricordare.

Sì, perché quella del ricordare è una virtù importante. Mentre dimenticare è un vizio grave. E noi viviamo in un tempo che sembra avere la memoria sempre più corta. Forse perché ricordare significa, oltre che recuperare il nostro passato, i nostri rinnegamenti e i nostri errori, fare i conti con i nostri silenzi, con i tentativi di non sentire e non vedere.

Mantenere gli occhi aperti

A questo proposito, mi sembra di bruciante attualità il monito espresso dal pastore protestante tedesco Martin Niemöller, già comandante di sommergibili durante la Prima guerra mondiale, nazista della prima ora, più tardi critico del regime hitleriano e rinchiuso, fin dal 1937, in un campo di concentramento:

“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.

Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.”

Parole da meditare e fare proprie, nella nostra epoca di riemergenti autoritarismi, di forti spinte neofasciste e di strisciante perdita delle libertà democratiche.

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