Educare senza telefonino: faticoso, ma ne vale la pena!

Da docente e da papà, mi trovo sempre più spesso davanti alla stessa scena: bambini piccoli con in mano uno schermo, silenziosi, immobili, passivi, “gestibili”.
23.03.2026
2 min
Foto di hessam nabavi su Unsplash.

Tablet e telefonini diventano una soluzione rapida alla fatica quotidiana dell’educare. Funzionano, certo. Ma a quale prezzo?

Dare uno schermo per calmare, distrarre o evitare un capriccio non è però una scelta neutra. Moltissimi studi oggi concordano sui rischi di tale comportamento. Infatti, purtroppo, ne vediamo già i segnali: difficoltà a dormire (l’insonnia infantile è in aumento), scarsa tolleranza alla frustrazione, bisogno continuo di stimoli, difficoltà a stare con gli altri senza telefonini. Bambini e ragazzi sempre più irritabili, meno capaci di aspettare, di annoiarsi, di immaginare, di creare. E soprattutto meno allenati alla realtà, che è fatta di tempi lenti, ostacoli, difficoltà reali e frustranti, di relazioni vere.

Lo schermo offre tutto subito, è vero: immagini veloci, gratificazione immediata, nessuna fatica. Ma la vita non è così. E se un bambino cresce abituato a evitare la fatica, farà sempre più fatica ad affrontarla.

Educare, invece, è proprio questo: stare dentro la fatica, proporre alternative che richiedono tempo a disposizione, la nostra presenza, e molta energia.

Uscire all’aria aperta. Camminare. Sporcarsi le mani. Costruire, inventare, esplorare (come facevamo noi da ragazzi). Annoiarsi — sì, anche annoiarsi — perché è proprio dalla noia che nasce la creatività. Parlare, raccontare, ascoltare, anche litigare, per poi fare pace. Tutte esperienze semplici, antiche, ma fondamentali per la crescita e lo sviluppo dei ragazzi.

Ovviamente, sono attività che richiedono impegno e partecipazione anche agli adulti. Richiedono di esserci davvero, di dedicare tempo, di non scegliere la scorciatoia più facile. È una fatica enorme, inutile negarlo. Ma è una fatica buona e giusta, che aiuta davvero a crescere e non isolarsi, perché stiamo investendo nel futuro dei nostri figli, e quindi della nostra società; una società che oggi percepiamo sempre più aggressiva, impaziente, irrispettosa, non nasce per caso. Nasce anche da modelli educativi che hanno evitato il confronto, hanno permesso troppo, non hanno messo dei limiti, delle conseguenze.

Non si tratta qui di demonizzare la tecnologia (che è senz’altro uno strumento utile) ma di rimetterla al suo posto: non come babysitter, non come soluzione a tutto, ma come uso consapevole e limitato.

Il punto è semplice, anche se impegnativo: i nostri figli non hanno bisogno di essere “occupati”. Hanno bisogno di essere guidati, educati, ascoltati. Non è sempre facile, certo, ma ne vale sicuramente la pena per evitare derive sociali che si stanno manifestando pericolosamente.

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