Gentile signora Gennai,
ho letto con profonda attenzione la sua lettera aperta, condividibile, ma incentrata su un differente punto di vista: le responsabilità.
Mi permetta tuttavia di esporre le riflessioni che mi hanno motivato, infatti, nel suo scritto a difesa e nel rispetto del dolore dei coinvolti, leggo anche un sottile processo alle mie intenzioni (banalizzazione dell’evento, mancanza di sensibilità, elusione del problema…)
Su questo forse ho qualcosa da dire.
Sono medico, conosco molto bene la drammatica angoscia dei primi momenti, la sofferenza e il lungo calvario di pazienti ustionati e dei loro famigliari, conosco il dolore della perdita e ne ho pieno rispetto. Già a poche ore dalla tragedia si elevavano ovunque polemiche e accuse su colpe, responsabilità e negligenze, in particolare su scala internazionale.
Parallelamente, sugli schermi dei nostri cellulari rimanevano, e ancora arrivavano, video inconsistenti di auguri di buon anno, entusiastici, vuoti e anche di cattivo gusto.
In un momento tanto mesto la mia pulsione è stata di spegnere l’enfasi retorica di ogni Capodanno e ricondurci a quello che davvero ogni giorno conta. Non volevo espressamente parlare di rabbia e responsabilità, non aiutava e non aiuterà i colpiti; era purtroppo un fiume in piena già disastrosamente in viaggio.
Il mio pensiero di “gratitudine alla vita”, che tanto sembra dar fastidio, contiene inevitabilmente il rispetto della morte, contiene persino un quotidiano pensiero della morte e dello sforzo di attraversare, affrontandolo, il dolore, non certo il desiderio di eluderlo o trascenderlo.
Concordo, “Qui e ora”, non sarebbe dovuto venir definito nel titolo come “editoriale”. Comunque le mie parole non volevano risultare banalmente un anestetico o un cerotto, desideravo appunto espressamente evitare le polemiche (che si sapeva sarebbero arrivate a valanga!) che di certo, soprattutto in quel primo momento, non avrebbero aiutato nessuno, ed esplorare semmai un altro punto di vista. Come vede ci sono tentativi diversi di esprimere empatia e invitare l’altro ad interrogarsi, a confrontarsi: negligenze, accuse e responsabilità rimbalzeranno ben presto ovunque. Di proposito non ho voluto nemmeno menzionarle. Qualcun altro saprà farlo con intenzione e maggior competenza, senza peraltro lenire il dolore di tutti i coinvolti. E c’è da augurarsi che a farlo sia la giustizia, non i media.
La ringrazio per questo suo confronto che mi ha dato l’opportunità di chiarire.
Serena Bonetti